El purtava i scarp del tennis

Con Enzo Jannacci scompare un simbolo della nostra Milano

Enzo Jannacci se n'è andato. E con lui se n'è andata anche un pezzo della nostra città e della nostra cultura. Per quanto mi riguarda sento davvero che questa sera mi ha abbandonato una parte della mia Milano. Io ed Enzo (mi permetto di chiamarlo così, come avremmo fatto tutti noi) abitavamo a trenta metri. Io sono nato lì, e fin da quando (forse) andavo in giro nel passeggino i nostri sguardi si sono incrociati quasi tutti i giorni. Crescendo, ho imparato a riconoscere quel volto che vedevo spesso sulle copertine degli LP di casa e nei varietà televisivi. Le sue canzoni sono forse tra le prime che ho imparato a memoria, e credo che tanti di quelli che sono nati negli anni '70 hanno anche cominciato a dire le prime parole in milanese grazie alle sue canzoni.
Abitava vicino al garage dove lasciavo la mia tanto amata Vespa rossa e dove spesso passavo parte della sera in compagnia del custode. E lo vedevamo passare in lontananza, con la sua camminata ciondolante, a testa bassa. Io mi immaginavo che quel suo modo di fermarsi all'improvviso a fissare qualcosa, un palazzo, un albero, una qualsiasi cosa incrociasse il suo cammino gli servisse da ispirazione. Mi immaginavo che dentro di sè fosse lì a far suonare un'orchestra e a scrivere nuovi testi. Che ancora una volta mi avrebbero fatto divertire e commuovere.

Poi, una volta lasciata la zona, non ci siamo più incontrati: tranne che in occasione di un concerto, breve ma splendido, per la promozione di un suo nuovo album. Un piccolo teatro del Ticinese, ingresso riservato alla stampa: poche persone, una voce splendida e gran musica. Quella sera sono tornato indietro di tanti anni e ho avuto la sensazione che, girato l'angolo come per andare dal lattaio, l'avrei nuovamente incontrato.
Ora non potrà davvero più succedere, ma adoro il fatto che sia successo.
Ciao Enzo.

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