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Street art: dolce stil nuovo in città?

Pubblicato: 03 ott 2006 da margot

Commenti dei lettori

Poesia di strada in San Babila

Visto che siamo in tema di graffiti, può essere sfuggito all’occhio dell’attento cittadino il pullulare di esperimenti di street art a base di parole, anzi, di vere e proprie installazioni poetiche. I muri delle città, si sa, ispirano la creatività democratica, quella alla portata di tutti: ed ecco che anche a Milano si diffonde questa sorta di dolce stil novo urbano.

Di cosa si tratta? Semplici parole, versi, folgorazioni. Fogli di carta, stampati e attaccati sui muri con lo scotch, con la colla, appesi o solo appoggiati. Io mi sono imbattuta almeno in due esempi di Poesia murale, quelle di Ivan , del gruppo H5N1 e della bellissima ed eterea eVeLine (nella foto, un esempio vicino a piazza San Babila).

E voi, conoscete qualche altro Petrarca postmoderno?

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8 commenti

Commenti dei lettori

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  • Profilo di Fearless Critic

    Fearless Critic

    03 ott 2006 - 11:34 - #1
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    la street art fatta da poster è più interessante dei graffiti perchè non è così invadente e soprattutto non è indelebile e poi ha un valore poetico (come quella della foto) che il 99% dei graffiti non hanno.

  • cattivik

    03 ott 2006 - 12:17 - #2
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    Firmare o disegnare sui muri è una attività che fatico a considerare arte. Più che un modo per comunicare mi sembra un’espressione del palese diprezzo della prorpietà altrui e della “cosa pubblica”. Sono poche le città europee che “vantano” una così numerosa presenza di “artisti” sul territorio.

  • Profilo di margot

    margot

    03 ott 2006 - 15:22 - #3
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    _Cattivik_Penso ti abbia risposto indirettamente Fearless. Qui non si parla di scritte o disegni, ma di innocui fogliettini! Spesso poi, sono delle vere e proprie opere d’arte. E poi, dai, quante pubblicità inutili e invadenti sono sui muri e per le strade sono “un’espressione del palese diprezzo della prorpietà altrui e della “cosa pubblica”", eppure non si dice nulla. Come mai?

  • cattivik

    03 ott 2006 - 16:26 - #4
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    _Margot_ Devo ammettere che l’idea di attaccare fogli o poster (visto il sito di ivan non sono certo fogliettini) rende questa attività meno invasiva (i legittimi proprietari possono rimuoverli con un numero di imprecazioni minore rispetto ad un graffito). La pubblicità: invadente? sicuramente; inutile? può darsi. Considerarla però disprezzo della prorpietà altrui direi di no, dato che sono affisse su appositi pannelli su cui pagano le relative imposte.

  • Marco Ranzani

    03 ott 2006 - 19:26 - #5
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    I graffittarri sono dei buffoncelli, ragazzetti con la faccia da playstation-telefonino: vanno “rieducati” nello stile arancia meccanica

  • gruppoH5N1

    09 nov 2006 - 13:10 - #6
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    poco brevemente, ecco quello che pensiamo della poesia d’amuro.

    Sempre poetici,
    gruppoH5N1

    la città riscritta

    1. Quando pensiamo a una città romana non ci viene in mente che nella nostra muta scenografia dei templi, degli archi e delle strade manca l’elemento caratterizzante: la scrittura. La città romana era innanzitutto una città scritta, ricoperta da uno strato di parole che s’estendeva sui frontoni, sulle lapidi, sulle insegne. Si trattava di scritte ora pubblicitarie, ora, politiche, ora privatissime, … esposte ovunque, con qualche preferenza, è vero, per piazze, fori, edifici pubblici, necropoli.
    Invece nella città medievale la scrittura era scomparsa: sia perchè l’alfabeto aveva cessato di essere un mezzo di comunicazione alla portata comune, sia perchè non c’erano più spazi: le vie erano strette e tortuose, le mura tutte a sporgenze e bugnati; nelle chiese i messaggi erano orali o figurali, più che scritti. Intanto, la tradizione del tracciare lettere a regola d’arte si perpetuava nel chiuso delle celle dei monaci scrivani sulle pagine dei codici, secondo tecniche e moduli già tutti diversi. Dopo il Mille le mura delle cattedrali e dei palazzi sentono il bisogno di profferire parole, i modelli cui ricorreranno per scandire il loro stentato latino saranno due: le lettere capitali con l’ordine orizzontale e centrato delle vetuste epigrafi, e l’alfabeto dei libri, goticamente spinoso e ritorto.
    Nell’Italia degli anni ’30 la modernità del carattere più semplice e austero, il “bastone”, viene assunta come scrittura ufficiale del regime fascista, che traduce in chiave di perentorietà classicista la lezione di funzionalità del Bauhaus. A questo quadro viene contrapposta, per quel che riguarda gli ultimi anni, non tanto una grafica di sinistra, quanto l’esplosione selvaggia delle scritte murali contestatarie, impropriamente dette “graffiti”. Si tratta di invasione scrittoria “dal basso”, caratterizzata da una volontà “antiestetica”, che è l’aspetto più vistoso dell’ormai più che dodecennale presa di parola da parte dei giovani e degli esclusi, partendo dalla famose firme del maggio parigino e dal fenomeno delle “firme” sulla metropolitana di New York.
    I “palinsesti” che queste scritte selvaggie formano sovrapponendosi a precedenti iscrizioni “ufficiali” prese come semplice superficie di supporto riconoscono una “volontà di affermazione della scrittura come elemento significante e come prodotto creativo nello spazio urbano”. Il che non impedisce di registrare la degradazione di queste spinte, testimoniata dalle scritte prive d’ogni spirito se non d’una informe e stracca arroganza che occupano oggi così frequentemente le superfici murali delle città italiane.
    2. Tale ideale di “città scritta”, di luogo saturo di messaggi articolati in segni alfabetici, non è condivisibile. La parola sui muri è una parola imposta dalla volontà di qualcuno, si situi egli in alto o in basso, imposta allo sguardo di tutti gli altri che non possono fare a meno di vederla o recepirla. La città è sempre trasmissione di messaggi, è sempre discorso, ma altro è se questo discorso devi interpretarlo tu, tradurlo in pensieri e parole, altro se queste parole ti sono imposte senza via di scampo. Sia essa epigrafe di celebrazione dell’autorità o insulto dissacratorio, si tratta sempre di parole che ti piombano addosso in un momento che tu non hai scelto: e questa è aggressione, è arbitrio, è violenza.
    (Lo stesso vale per la scritta pubblicitaria, certamente; ma lì il messaggio è meno intimidatorio e condizionante, - ai “persuasori occulti” ho sempre creduto poco – ci trova più difesi, ed è comunque neutralizzato dai mille messaggi concorrenti ed equipollenti).
    La parola scritta non è imposizione quando ti arriva attraverso un libro o un giornale perchè per essere ricevuta presuppone un atto di disponibilità.
    E’ prevedibile che ci sia oggi chi sente il bisogno d’affermare le sue ragioni conculcate scrivendole sui muri con la bombola spray, il giorno in cui avrà il potere continuerà ad aver bisogno dei muri per giustificarlo, in epigrafi marmoree o bronzee o in altri strumenti dell’imbottimento dei crani. Questo mio discorso non vale per le scritte di protesta sotto i regimi di oppressione, perchè lì è l’assenza della parola libera l’elemento dominante anche nell’aspetto visivo della città, e lo scrivente clandestino colma questo silenzio a tutto suo rischio, e anche lì leggerlo è in qualche misura un rischio, e impone una scelta morale. E così pure farei delle eccezioni alla mia questione di principio per i casi in cui la scritta è spiritosa o quando è tale da muovere una riflessione illuminante o una suggestione poetica, o rappresenta qualcosa di originale come forma grafica: perchè il recepirne il valore, di pensiero o umoristico o poetico o estetico-visivo, implica una operazione non passiva, una interpretazione o decrittazione, insomma una collaborazione del ricevente che se ne appropria attraverso un sia pur istantaneo lavoro mentale. Ma dove la scritta è una nuda affermazione o negazione che richiede dal leggente soltanto un atto di consenso o di rifiuto, l’impatto della coercizione a leggere è più forte delle potenzialità messe in moto dall’operazione con cui ogni volta riusciamo a ristabilire la nostra libertà interiore di fronte all’aggressione verbale. Tutto si perde nel frastuono del bombardamento neuro-ideologico a cui sono sottoposti i nostri cervelli da mattina a sera.
    E’ la presenza della scrittura, le potenzialità del suo uso vario e continuo che la città deve trasmettere, non la prevaricazione delle sue manifestazioni effettuali: la città ideale è quella su cui aleggia un pulviscolo di scrittura che non si sedimenta nè si calcifica.
    Ma i poveri muri delle città italiane non sono diventati anch’essi ormai che una stratificazione d’arabeschi e ideogrammi e geroglifici sovrapposti, tali da non trasmettere altro messaggio che l’insoddisfazione d’ogni parola e il rimpianto per le energie che si sprecano? Anche su di essi forse la scrittura ritrova il posto che è insostituibilmente suo, quando rinuncia a farsi strumento di arroganza e di sopraffazione: un brusìo cui occorre tendere l’orecchio con attenzione e pazienza fino a poter distiguere il suono raro e sommesso d’una parola che almeno per un momento è vera.
    (Il punto 1 è una sintesi del già breve riassunto di Italo Calvino del saggio “La scrittura fra ideologia e rappresentazione” di Armando Petrucci, contenuto in “Grafica e Immagine” all’interno della “Storia dell’Arte Italiana” di Einaudi.
    Il punto 2, invece, è l’analisi pressochè interamente riportata, sempre di Calvino, dell’idea di “città scritta” di Petrucci in contrapposizione alla idea propria di “parola imposta”. Il saggio si intitola “La città scritta: epigrafi e graffiti” e fa parte della raccolta “Collezione di Sabbia”)
    3. Calvino giustifica alcune eccezioni alla parola imposta, quindi, che accolgono quelle manifestazioni artistiche sulla città implicanti una disposizione attiva da parte del ricevente. Di nuovo ci sentiamo assolutamente “manifestati”.
    Dice Eron che “il vandalo é colui che imbratta, senza sapere ciò che sta facendo. Il writer è un vandalo con creatività, gusto estetico, rispetto per l’arte e consapevolezza di ciò che fa”. Quelle eccezioni continuano ad essere le manifestazioni artistiche che necessitano di una collaborazione attiva, di una decrittazione, di una interpretazione: la poesia scorta da lontano e letta su un muro è nient’altro che un giornale che si è deciso di aprire.
    4. L’arte figurativa è espressione artistica antichissima: ancora oggi risulta quella istintivamente più avvicinabile per mole e diffusione, che sgomita sul nostro cristallino defraudandolo dal primato della parola letta. Di sovente, tuttavia, appare la meno comprensibile: le tags sono reperto comune, suscitando nella quasi totalità dei passanti la stessa reazione di maltollerabilità, sbuffata da un adolescente obbligato alla dodecafonia. Anche noi ci uniamo all’alito di fastidio. L’opera di analisi conscia o inconscia che si attua su un “graffito”, se davvero vogliamo trovarla, è attuabile da quasi nessuno per la mancanza di una chiave, a causa dell’assenza di un decodificatore comune e inveterato. A ciò si aggiunge la vetustità del mezzo e l’ironia involontaria che si viene a creare: una tag sulla metropolitana di New York quarant’anni fa rende buffi e ovattati i paciughi sulla serranda di Cesare, il gelataio.
    Completamente discorso altro quello degli stencil: ne abbiamo visti di enormi e intricatissimi sugli intonaci candidi di Parma, che si inseriscono meravigliosamente nell’arredo urbano. Ancora più entusiasmanti sono i percorsi figurativi e poetici dipinti sui muri di Leiden. Se ci fosse un obiettivo cui tendere: ecco, è quello! O forse, ci basterebbe che il sindaco di Pavia ricordasse certe promesse sventolate alla stampa a suo tempo: la nostra idea di enormi muri rinnovabili da fogli di poesie (che già esistono, ma destinati alla pubblicità) salverebbe certe pareti selezionate e piene di malanni, trasformandole in bucce di cipolla su bucce di cipolla. E altre cento proposte.
    Nel frattempo il sindaco di Mosca Luzhkov, qualche tempo fa, ha pensato bene di contribuire al “riscatto” di quei giovani rei di imbrattare e sporcare gli edifici e i mezzi pubblici della capitale russa. Per loro è stato infatti ideato il “Progetto Fabbrica”, il primo accordo tra la città e i ragazzi di strada, in base al quale questi ultimi vengono giornalmente reclutati per svecchiare e reinventare una serie di luoghi più o meno da incubo di Mosca. La sola regola per i graffitari è “libertà di rappresentazione”, che significa avere l’opportunità di dar corpo a tutti i peggiori fantasmi che animano la Russia post-sovietica.
    A Roma è nata Zerouno3nove, un’associazione che ha messo a punto il progetto di riqualificazione insieme alla RFI - Rete Ferroviaria Italiana, società delle infrastrutture del Gruppo Ferrovie dello Stato. Tale progetto, denominato “Qart”, si pone l’obiettivo di intendere in maniera diversa le aree comuni delle città sostituendo il grigio del cemento e dello sporco con il colore e la creatività dei writers.
    La sconfitta del gesto violento tracciato sul muro passa attraverso il ripensamento sostanziale della proprietà di quel muro, della sua funzione, dell’abito che deve indossare alla comunione della cuginetta. In un precedente post già distinguemmo, ed è imprescindibile, dall’esistenza di muro e muro, dal taglio differente da vestito a vestito. Per secoli la delicatezza dell’affresco ha colorato privatamente interni inaccessibili, mentre sulla strada ci si pungeva con palazzi di diamanti: i colori delle vetrate di Notre Dame si illuminano perchè nel cielo risplende il sole. Il momento dell’arte figurativa e delle poesie d’amuro è una occasione da non perdere.
    5. Di poesia, di giovani e di muri scrive lo stesso Maurizio Cucchi in un suo articolo comparso sul Corriere della Sera (Lombardia) in data 13 aprile. Dice: “La passione dei giovani per la poesia, in questi anni, è un dato ormai acquisito, anche se in fondo sorprendente. Acquisito, perchè i ragazzi che scrivono versi sono moltissimi, e non parlo dei soliti sfoghi sentimentali di tutte le epoche. Parlo di giovani che affidano alla poesia le proprie risorse migliori. Sorprendente perchè la società di oggi sembra del tutto disinteressata alla poesia; quanto meno a quella vera. Il fatto che dei giovani vadano in giro per Pavia appiccicando ai muri della loro città i loro versi, perciò, mi sorprende fino a un certo punto. Ma trovo senz’altro divertente l’iniziativa. Chi scrive, al contrario di quanto afferma il luogo comune, non lo fa per sè, ma per un desiderio di espressione e di comunicazione. Questi ragazzi, insomma, vogliono comunicare e vogliono farlo con la parola che realmente parla, con la parola che cerca una verità nella forma della poesia. Non ho letto i loro testi, e dunque non posso giudicarli, ma il percorso mi sembra corretto, anche perchè è un modo per farsi sentire rispetto a una realtà che si dimostra sorda alla poesia.
    Insieme a questa spinta, ce n’è un’altra, quella che dice: “Per un govane è difficile, difficilissimo farsi conoscere”… L’editoria investe poco sulla poesia perchè sa che il pubblico è molto scarso e anche gli scriventi, spesso, non leggono quasi niente. Ai giovani dunque, tocca anche invertire la tendenza: dimostrare che leggono, facendo crescere il pubblico reale della poesia, e al tempo stesso migliorandosi attraverso il confronto con chi ha già scritto.
    … Vent’anni fa, il Comune di Milano aveva promosso una iniziativa interessante: manifesti di poesia affissi per le strade. La cosa fece scalpore. Perchè non riprenderla? Magari coinvolgendo anche i giovani, gli esordienti, ai quali, in fondo, è affidato il futuro di questa meravigliosa arte che è la poesia.”
    6. La parola scritta coinvolge sia il passante distratto, che decide di non avventurarsi nella lettura, sia il fruitore: la scelta di leggere, o non, e di come/cosa leggere del testo rende proteiformi e inconoscibili le possibilità interpretative. Questo noi intendiamo per pandemia: la composizione e ricomposizione mentale del testo in tonalità infinite, che può essere effettuata da tutti i gli occhi di ogni marciapiede del mondo. Non la occupazione di ogni muro, di ogni spazio.
    7. L’anonimato nasce dalla necessità di mettere al centro del quadro la poesia. E’ anonimato addirittura intrinsecamente al gruppo; insomma, tra di noi ci si conosce poco: chi a Pisa ha scritto quelle righe? Chi ha composto lo stencil dell’aforisma? Rimangono i nomi. E chi sono i nomi? Dov’è la gloria?
    8. La poesia d’amuro è agli antipodi della pubblicità: i versi sono l’oggetto stesso di un acquisto impalpabile, che è una suggestione evocata, una immagine, magari uno scatto di fastidio per parole che paiono prosaiche come il gusto farmaceutico del mango sul palato abituato all’uva e alle pesche. La poesia diventa muro e gli autori della poesia non esistono. Al limite, la poesia potrebbe essere pubblicità ad un tipo di poesia che non vuole accomunare, nè aggregare sotto una bandiera o uno stile, ma ad un esprimersi poetico che racconta la necessità di conoscere l’altro da sè attraverso il codice comune. Una mozzarella che vuole essere comprata.
    9. Parliamo di… totemisti moderni, increduli noialtri ed allibiti. La loro affermazione meriterebbe anche di essere presa sul serio, se non fosse per quella terza persona e per quel soggetto così ricercato. Che sò? Gli enologi musulmani, gli oceanografi tibetani?
    Dunque: “I totemisti sono fortemente contrari a quanto sta accadendo in Pavia, a causa delle azioni mirate dei poeti virali” sintonizza un vecchio televisore sul Gassman ladruncolo de “I Soliti Ignoti” che bofonchia: “ecchissenefrega nun ce lo metti?”. Ma chiudiamo perentoriamente la parentesi gogliardica: nel loro esposto-comunicato-avviso ai naviganti impongono pure riflessioni importanti, per la maggior parte già esaurite nelle righe precedenti.
    La poesia d’amuro nasce dalla creatività, dal rispetto per l’arte e dal gusto estetico. Su un piano eminentemente pratico dobbiamo ammettere che talvolta la fretta ha fatto sì che la colla stropicciasse i fogli, colasse in lunghi fili bianchi, che le poesie non fossero allineate con i segmenti dell’enel. Ultimamente, però, che splendore! Esistono centinaia di superfici apolidi, imprigionate nella città, che nessuno verrà mai a reclamare. Le poesie vengono stese perfettamente, le parole diventano acciaio e si lanciano sui pali della luce che le risplendono. Dopodichè, piove.
    10. Nell’ultimo mese tale “Ste” e un altro anonimo hanno appeso poesie sui muri di Pavia. Poche, in realtà: “Ste” ne ha lasciate un paio lungo il Naviglio, nei pressi della sede della Provincia Pavese, l’anonimo ne ha appese una decina in stazione, destinate ad una ragazza che dovrebbe riconoscerlo. La poesia d’amuro, di qualunque dimensione, ha colpo d’occhio notevole, si nota da lontano come campanili sull’orizzonte, ma possiede, in realtà, la stessa “visibilità collaborata” delle centinaia di annunci di case in affitto, di badanti, biciclette, di gattini figli di micia ninfomane. Non è immediata la lettura e non è decretata in alcun modo: è la curiosità che obbliga una persona a leggere, non lettere capitali color rosso fuoco.
    Cosa succede? Che il pendolare, non potendo attendere il treno (ritardo 30 minuti) sul binario, (piovono di traverso gocce di miele) scende sotto coperta, rilegge Metrò e si immagina coccolato nel puff di quella camera doppia (viale Golgi, 180 euro al mese, solo ragazze), confondendosi allo stesso tempo con il confinante annuncio felino. Dopodichè legge una poesia d’amuro. Ne vede un’altra. La legge di sfuggita perchè il treno sta arrivando sul terzo. All’altezza di Binasco pensa che la prima poesia che ha letto è più bella della seconda. Nasce la critica letteraria.
    11. Per riassumere leggeri la pandemia, citiamo nuovamente “I Soliti Ignoti”, con un sorriso per i cento poeti ed i cento lettori che riempono le strade e che sconfinano tra l’occhio e la penna di quel pulviscolo di parole che ammanta le città rinnovandosi continuamente:
    “- Che vuoi te? (dicono dei bambini che stanno giocando al pallone)
    - Sto cercando un tale, si chiama Mario
    - Ma Mario quale? ce ne saranno cento di Mario qui (indicando col braccio la fila di palazzi nella campagna romana)
    - Sì, ma questo l’è uno che ruba
    - E sempre cento sono”

  • Tranviera

    09 nov 2006 - 17:26 - #7
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    Francamente non mi è ancora capitato di vedere questi fogliettini, sarà perchè ho sempre la testa tra le nuvole…

  • Semi al Vento

    31 gen 2007 - 14:32 - #8
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