Tom Waits agli Arcimboldi: cronaca del concerto del 18 luglio ‘08

Per Tom Waits si possono spendere anche cento euro o più, perchè rientra in quella categoria di artisti, come Neil Young, Bob Dylan o i Rolling Stones, per i quali ormai nessuno può scommettere con assoluta certezza che ci sarà ancora un’altro tour. L’età è quello che è, e avanza inesorabile per tutti. Però il vecchio Tom è un istrione – non ci sono altre parole per definirlo – e la vecchiaia sembra averlo reso in un certo senso ancora più coerente con il personaggio che si è creato in questi anni di bizzarrie.

Alle 21.40 l’ “Orco di Pomona” e la sua band salgono su un palco adornato di megafoni e strane grancasse circensi, che poi si riveleranno in gran parte ornamentali. Si attacca subito con un medley tra Lucinda e Ain’t goin’ down the well dall’ultimo triplo album Orphans.

Tom è al centro del palco su una pedana rotonda da acrobata, sulla quale batte ritmicamente il piede, snodato come un burattino, alzando così un sacco di polvere. Attorno a lui tutti gli altri musicisti, a partire dal figlio Casey Waits alla batteria.

Poi il via ai classici degli anni ’80, il suo periodo migliore: Way down in the hole, Falling down, Rain dogs, Hang down your head. Tom si mette a parlare a più riprese in dialetto milanese, sfoggiando una pronuncia perfetta e scatenando l’ilarità del pubblico, che incassa nel frattempo il gospel dissacrante di Jesus gonna be here e una Eyeball kid trasformata in un funky sfrenato.

Dopo circa quaranta minuti la band esce e lui si siede al piano per il classico siparietto di ballate (Picture in a frame, Lucky day, Christmas card from a hooker in Minneapolis, Innocent when you dream), inframezzate da storielle demenziali, che racconta sornione mentre picchietta a caso sul piano: parla delle nuove auto elettriche, della soluzione definitiva al problema degli escrementi dei cani sui marciapiedi, di che cosa succederebbe all’orbita terrestre se tutti i cinesi decidessero di saltare nello stesso momento.

Finiti i lenti e le barzellette, si riprende un po’ di ritmo con la scatenata Lie to me e la latineggiante Hoist that rag dagli album più recenti, più l’assalto selvaggio della più datata Big Black Mariah (dedicata "a tutti quelli che amano le cene in famiglia"). Infine la sorpresa, una rarissima Dirt in the ground, a mio avviso una delle migliori canzoni di sempre del nostro, dallo schizzatissimo Bone Machine del 1992. Poi il gruppo, dopo un ultima Make it rain allungata all’inverosimile, esce dal palco, anche se naturalmente solo per tornarci alcuni minuti dopo per i bis: ecco quindi Black market baby (di cui potete vedere un video qua sopra, anche se tratto dalla serata precedente), Cold cold ground e l’inno dal sapore religioso Come on up to the house.

Le luci si riaccendono nel Teatro degli Arcimboldi dopo due ore di gran concerto. Certo, un pizzico di follia e di ritmo in più nella scaletta non avrebbero guastato, e la backing band è stata forse anche troppo pulita e precisa (in particolare il chitarrista), ma sono dettagli.
Stasera terzo concerto consecutivo agli Arcimboldi, ma i biglietti sono esauriti: o ce lo avete già o dovrete aspettare a lungo per rivederlo, il buon vecchio Tom.

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