Intervista: Andrea G. Pinketts sull'Expo 2015, prima parte

pinketts trottoir

Vate di una Milano sgocciolante dai suoi libri, tra il vecchio Trottoir, via Washington, e truce gentaglia amante di sordidi baretti al Giambellino, Andrea G. Pinketts è il classico genio che all'estero ci invidiano - e lo premiano - mentre in patria fai quasi fatica a sapere cosa stia combinando. A meno di non fare un salto a quello che da qualche anno è diventato il nuovo Trottoir, in piazza XXIV Maggio. Buona lettura.

Ciao Andrea, sono qui a casaccio: mi spieghi il motivo per cui mi trovo al Trottoir a intervistarti?

Perchè sono il giudice, o meglio, il boia di un concorso letterario. Il mio coinvolgimento è nato dal fatto che per me, e per loro gli organizzatori, c'è l'idea di raccontare una città come Milano attraverso le pulsioni, le emozioni, quella capacità di essere una città fredda e generosa, algida e da carnevale di Rio in certe occasioni. E non c’è miglior veicolo del racconto per diventare il termometro di una città: che varia a seconda della sensibilità di chi vuole partecipare. Raccontare le mille anime di una città: molte anime che danno la possibilità di costruire una specie di mostro, di Frankenstein, fatto di pezzo in pezzo. Una città umana comunque: forse ormai cadaverica.
Come mai Milano è diventata un cadavere?
Perché Milano sta perdendo identità. Io credo che questo declino sia iniziato alla fine degli anni ottanta. Nel senso che post Tangentopoli improvvisamente ci siamo resi conto che la Milano di plastica degli anni ottanta, per certi versi, era molto più vitale della Milano degli anni novanta. Tieni conto che la Milano di plastica inizia nel 1984, con il delitto di Terry Broome. Quando Terry Broome sparando, una modella, una ragazzotta americana spara al suo persecutore. E fa capire che dietro alle luci c’è un mondo di umiliazioni, cocaina, che sotto il vestito non c’era niente.
Bè, grande: un maledetto capolavoro, "Sotto il vestito niente"!
I Vanzina ne hanno fatto un thriller alla Argento. Ma raccontare il nulla di quegli anni era assolutamente indispensabile. Io la penso un po’ alla Oscar Wilde. Un nulla ben adornato è più interessante di qualcosa di assolutamente monolitico e immobile.
Torniamo agli anni ottanta...
Col passare degli anni la città si è trasformata. Gli anni novanta sono stati quello che sono stati, ed ora la città sta diventando una città di boutique. Chiudono le cartolerie, come la cartoleria de Magistris, dove mi rifornivo di MontBlanc. Chiusa. Sembra che a Milano ognuno si compri un blazer al giorno. Visto che nessuno si compra un blazer al giorno, magari in qualche non tanto nascosta misura tutta questa esplosione di moda nasconde del riciclaggio di denaro sporco.
E per l'Expo 2015 come la mettiamo? Trionfo o disfatta?
Mi auguro un trionfo: ma ho i miei fortissimi dubbi. Sarei stato più cauto coi trionfalismi.

(segue)

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