Intervista: Giuseppe Genna, Italia De Profundis, e il Paese che abbiamo disimparato ad amare

italia de profundis gennaGiuseppe Genna per me è uno di quelli che hanno capito in che razza di baratro sta sprofondando l'umanità, e ci fa tenere gli occhi bene aperti sull'orrore. Certo, il mio giudizio vale nulla, però è corroborato per esempio dal New Yorker, che un pò di street credibility in più di 02blog, posso ammettere ce l'abbia. Genna ha raccontato il Paese che sprofonda partendo da Calvairate, quell'aleph allucinato che si estende tra piazza Martini e piazza Insubria: da qualche giorno è nelle librerie "Italia De Profundis", e ho colto l'occasione per fargli qualche domanda. Buona lettura.

- Italia De Profundis: partiamo da un aspetto solo apparentemente secondario, ovvero: dove l'hai scritto? Quanto tempo hai impiegato tra prima stesura e consegna definitiva? Hai tagliato qualcosa che riproporrai ai lettori tramite giugenna.com o sul blog di La7?

Il libro è stato scritto in due periodi. Il primo, tornato dal villaggio turistico di cui tratto nella seconda parte del libro (una delle esperienze più allucinanti della mia esistenza), è stato sul lago di Lecco. Quattro giorni di stesura della prima parte, in pratica. Ma poi ho dovuto interrompere: ero lì con un'amica e il di lei cagnolino, che è stato malissimo, stava morendo, siamo ripartiti in frettissima, altrimenti il cane soccombeva - episodio che è testimoniato in senso angelologico nel libro. Il secondo periodo di stesura, invece, si colloca a Milano, in totale solitudine.

Ho lavorato circa sedici ore al giorno per una settimana, a distanza di qualche mese dalla scrittura della prima parte. Non dovevo studiare molto, se non i libri di Paolo Villaggio. Il resto l'avevo in mente, e infatti “Italia De Profundis” è una trama di citazioni dalle più varie fonti. Poi c'è stata una fase di lettura da parte di un'amica scrittrice, che ha valutato la prima sezione. Infine, la consegna, nel 2008, a minimum fax, e l'intervento di Nicola LaGioia, direttore della collana Nichel: un intervento provvidenziale, suggerimenti di tagli e integrazioni e mutamenti che mi hanno mostrato nuovamente quanto sia necessario un occhio esterno che sia fraterno. Non ho tagliato nulla che possa essere pubblicato come inedito assoluto. Sul sito o sul blog de La 7, piuttosto, interverrò con derive multimediali rispetto al libro - la discussione sull'inesistenza degli anni Ottanta e, al tempo stesso, sul trauma recepito in quel decennio, credo, si attaglia perfettamente a uno dei livelli del testo.

genna de profundis 1


- Spesso in quello che scrivi - penso al Dies Irae, o anche ai tuoi noir di qualche anno fa, come Catrame - rientra il quartiere di Calvairate, che racconti come una personale Yoknapatawpha, e Italia De Profundis non fa eccezione. Che cosa non hai ancora raccontato di quell'aleph che si estende tra piazza Martini, viale Molise e piazza Insubria?

Voglio credere che non ti venga nostalgia di quella piazza: è per la tua salute mentale che lo spero. Calvairate, in IDP, fa la fine di “Giuseppe Genna”: finisce. Dalla morte di mio padre, e non per una mancata elaborazione del lutto, io non torno più nel mio quartiere di provenienza, questa specie di mostro architettonico e antropologico di cui, esattamente come “Giuseppe Genna”, desideravo liberarmi anche (ma non solo) per via letteraria. Potrei andare avanti anni a raccontare saghe di Calvairate - non ho ancora scritto nulla, in pratica, sulle vicende disumane o paraumane di quella zona. Davvero, come ogni zona metropolitana, è un labirinto di storie e io in realtà ho solo sfiorato i muri esterni del labirinto. Poiché però questo è il libro della fine, nel senso che da questo punto io non so dove vado con la scrittura (nemmeno so se vado), c'era da giungere al punto definitivo della disintossicazione personale, che è una delle prospettive a cui io guardo idiosincraticamente a quello che ho scritto. Rimangono scorie, ovviamente, ma esse non esigono più di passare attraverso il filtro letterario. In questo senso, ho iniziato ad aprire la crisi, come si diceva di Forlani o Fanfani ai tempi di immemorabili compagini governative.

pasolini genna petrolio


- Italia de Profundis, oltre ad essere un ulteriore passo verso l'abisso - in cui tutti stiamo sprofondando, nessuno escluso, ma forse per rinascere - è anche un omaggio a David Foster Wallace, un memento del Pasolini di Petrolio, e mi sembra che per certi versi prosegua un percorso che avevi iniziato in Medium, soprattutto quando scrivevi della discesa nel ventre della Stazione Centrale. Quali saranno le tue prossime mosse nell'esplorazione del Paese che hai - e abbiamo - disimparato ad amare?

Non lo so. Dicevo a un amico critico recentemente (il quale sosteneva che gli scrittori hanno una spinta narcisistica potente, “credono” in ciò che fanno), che non mi riconosco in una fisiologia autoriferita o autolibidica della scrittura. Mettiamola così: ogni libro che ho pubblicato è stato come togliermi i vestiti. IDP è l'ultimo capo: le mutande (per carità: pulite e stirate…). Ma poi non rimangono vestiti e si è nudi. Io non mi sento all'altezza della nudità. Per essere all'altezza della nudità bisogna essere dei genii, e io non sono un genio. Sono possibili due strade: o taccio, oppure rimbalzo indietro e continuo a scrivere storie che saranno secondarie dal punto di vista dell'oggetto non dicibile che so che la letteratura accenna.

medium padre genna


- Una piccola costante che ho notato, è il riferimento che fai, molto sottile, ad un milieu tipicamente meneghino, quello dei lavoratori intellettuali salariati ("Sai io lavoro nella moda - pubblicità - editoria"), che va dalle narici terziarie e avanzate del Dies Irae, alle tue vicine di posto nel viaggio verso Cefalù in Italia De Profundis: abbiamo speranze da quel versante, quello del terziario avanzato? La mia impressione è che sia tutto un enorme motore che gira a vuoto e che produce solo un immane consumo di psicofarmaci…

E' la mia medesima impressione. Esiste un piano sociologico che ho cercato (per come potevo…) di affrontare, con strumenti di analisi narrativa. Da questo punto di vista si gioca un mio pessimismo, che però non riconosco come reazionario. Io penso invece a una spinta interna, propulsiva da parte degli intellettuali, e degli scrittori in primis. Quindi, in mezzo a tinte fosche, vedo luci a intermittenza: sono testi, a mio dire notevolissimi, che la narrativa italiana sta facendo fiorire oggi e, mi pare, farà fiorire ancor più domani. Da questo punto di vista, il memorandum di Wu Ming 1 sul New Italian Epic è, secondo me, un discrimine storico, che attesta uno stato di cose e permette di comprendere che lo status quo è mutato, e in quale direzione. Quanto alla comunicazione, mi pare che la sede in cui sta avvenendo questa conversazione dimostri che c'è una via di sviluppo. Essa richiede fatica, ma non è che gli intellettuali si sottraggano alla fatica. Se lo fanno, ecco capitare quanto è capitato prima del '93 - cioè la dismissione di ogni responsabilità nei confronti di padri e figli, la mancata staffetta, l'assenza di magistero rispetto a chi viene cronologicamente dopo. Il resto del terziario avanzato, quello non intellettuale, è a mio parere fottuto. Io metterei sotto terapia qualunque manager o quadro - e sono uno che non crede al paradigma psicoterapeutico. Altri del terziario avanzato li manderei a coltivare i campi, per puro spirito pedagogico, Altri ancora, li manderei direttamente in galera per quanto hanno fatto e/o stanno facendo alla comunità.

kafka foster wallace genna

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