Violenza contro le donne: come opera la Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano

In occasione della Giornata contro la violenza sulle donne l'intervista a Marisa Guarneri, presidente del CADMI, da anni in prima linea per combattere una guerra quotidiana sul territorio.

Bisogna partire da un dato sconfortante: le violenze contro le donne sono in aumento. Le vittime che dichiarano di subire violenze interessano ogni status sociale, ma il 60% delle vittime è in età tra i 35 e 54 anni. Nel 2012, il 72% ha subito violenza psicologica, il 44% fisica. I casi di donne che subiscono violenza da oltre 20 anni raggiungono il 15% delle intervistate (12% nel 2011), seguiti da un ulteriore 15% di vittime che patiscono i soprusi da almeno 10 anni (13% nel 2011).Sono i dati del Telefono Rosa del 2012.

Una guerra quotidiana che viene combattuta dai presidi territoriali contro la violenza sulle donne. A Milano da 25 anni c'è la Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano (CADMI), un luogo di ascolto e di aiuto per le donne in difficoltà che, come tutte le realtà territoriali, opera in coordinamento con il Telefono Rosa. Ne parliamo con Marisa Guarneri, Presidente.

Come inizia il percorso di sostegno?
«Siamo sostegno e cerchiamo di capire il disagio di chi ci telefona per un primo aiuto. Non obblighiamo mai a fare denuncia, è una scelta che la donna prende consapevolmente da sola dopo un percorso. Anche una semplice consulenza legale può aiutare. Se la vittima è in condizione di pericolo ci sono le nostre case di accoglienza, rifugi anonimi che servono a mettere in sicurezza le donne che subiscono maltrattamenti e in cui operano personale specializzato abile a fronteggiare situazioni di disagio grave. Naturalmente offriamo tutti gli strumenti del caso: avvocati e psicologi».

Siete sul territorio da 25 anni. Sarà cambiato qualcosa?
«In meglio per fortuna. C'è una maggiore consapevolezza riguardo i diritti delle donne. Sono cresciute le denunce, anche grazie ad un' informazione maggiore e un approccio meno vittimista da parte delle stesse donne. La violenza domestica non è più un tabù inconfessabile, e questo è un bene. Di contro, serve una rete capillare di centri antiviolenza. In Lombardia sono 16. Certo anche qui a Milano, dove comunque la situazione è migliore che in altri posti, ci vorrebbero molte più case di accoglienza. Essere presenti sul territorio è importante anche per scambiarsi competenze e informazioni. Laddove i tagli hanno pesato di più, i centri non hanno le convezioni che permettono loro di stare in piedi. Un problema serio questo nel sud Italia».

Dopo quanto tempo le cose si risolvono?
«Tempo fa si trattava di anni. Ora, grazie ad una legge che ha snellito le procedure, c'è l'allontanamento del partner, che spesso non risolve le cose, ma le migliora».

Proprio il retroterra culturale è motivo di dibattito. Cosa fare a livello educativo/informativo?
«A livello educativo in primis, bisognerebbe coinvolgere maggiormente le scuole, parlare con i ragazzi e cambiare la loro percezione della violenza. A livello informativo ci vorrebbero maggiori interventi nei quartieri con sportelli informativi e negli stessi ospedali, come già succede a Milano all'interno della clinica Mangiagalli e nell'ospedale San Carlo. Anche con le forze dell'ordine ci sarebbe molto da lavorare: serve maggiore informazione».

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