Il manifesto per Milano del Corriere della Sera


Giovedì sul Corriere della Sera si poteva leggere un manifesto per il rilancio di Milano nato (così si legge) con il contributo di intellettuali, artisti e imprenditori. Il manifesto - parola quanto meno abusata da un paio di secoli a questa parte - esordisce così:

Quando sullo stato di salute di una città o di qualsiasi organizzazione si moltiplicano scritti, dichiarazioni, memorandum sul da farsi, vuol dire che lo stato di salute di quella città o di quella organizzazione non è buono.

D'accordissimo, ma cos'è, mi chiedo, un manifesto se non l'ennesimo "scritto, memorandum sul da farsi"? La contraddizione appare subito alquanto evidente ma non sarebbe così grave se il testo nel suo proseguimento offrisse spunti e alternative concrete allo status quo attuale e non, come invece fa, una serie di luoghi retorici e recriminazioni già notissime ai più sul malcostume metropolitano e italiano in genere, un richiamo come il seguente:

Oggi, sempre più spesso, mentre si parla di meritocrazia, a un giovane non si chiede che cosa sa fare, ma a quale cordata appartiene. La convenienza sta sempre più prendendo il posto della competenza. E così si pongono le basi per una inevitabile caduta morale, professionale, motivazionale e, inevitabilmente, anche finanziaria della nostra città.

Cosa ci dice nel concreto se non aggiungere pessimismo a pessimismo, scetticismo a scetticismo. Quali dati porta? Su cosa si appoggia a parte su una circostanziata denuncia di uno dei più usurati luoghi comuni dell' andazzo generale italiano: la mancanza di meritocrazia? E una frase come: "bisogna farli emergere (i nuovi comportamenti virtuosi ndR) per non cadere sempre nell'elogio del tempo passato", quale senso può avere se solo pochi paragrafi prima si è ricordato come la sanità milanese fosse eccellente...cinquecento anni fa e si è citato, ad esempio di intellettuali coraggiosi, Verri e Beccaria. Perché non Sant'Agostino a questo punto mi chiedo?

Il manifesto prosegue indicando una serie di cose da fare/cose da evitare se si vuole trasformare l' "allarme Milano" in una "speranza Milano" tipo l'evitamento di principi di affiliazione professionale per cui Milano si "allontana dal modello che deriva dalla sua storia e si avvia a modelli di stampo mafioso". Ma, soprattutto, e qui si scade nel grottesco (ricordando l'esortazione a non perseguire nell'elogio del tempo passato di appena poche righe prima) l'invito a seguire l'esempio del Vescovo Ambrogio (III sec. D.C.) che ci insegnava a: "vivere bene per mutare i tempi".

Il testo prosegue con invettive più o meno di questo livello, verso un'intangibilità crescente, una totale assenza di riflessioni sul merito delle questioni, una totale mancanza di proposte. Un bellissimo panegirico esortativo indegno di Cicerone ma che nel concreto ci dice poco o nulla di quelle che sono le questioni che premono ai milanesi e all'Italia tutta per compiere finalmente un salto di competitività che ci slanci nel XXI secolo con una ventina d'anni di ritardo (se va bene, iniziando oggi un progetto, ci vorrebbero dieci anni per rimetterci in pari).

Alcuni temi che mi vengono in mente, della cui urgenza probabilmente gli "intellettuali, artisti, imprenditori etc" che hanno steso il manifesto sono probabilmente all'oscuro per ragioni vuoi sociali, vuoi anagrafiche sono ad esempio quelli legati agli investimenti per dotare Milano di una Wi-Fi degna di questo nome. Nel manifesto si accenna vagamente a nuove professionalità, internet è sicuramente una miniera in questo campo e lo sarà sempre più in futuro: quindi adeguata formazione all'utilizzo della rete come strumento sociale e professionale (i test di informatica nelle Università sono ridicoli, fermi a Excel e Acces).

Creazione di una rete di trasporti efficiente che riconosca adeguatamente quelle che sono le necessità anche sociali di chi utilizza i mezzi pubblici (quindi orari di servizio più elastici nelle ore notturne, maggiore copertura delle periferie). Progetti di decentramento e costruzione di una vita di quartiere autentica che a Milano non esiste più, fatti venti metri fuori dal centro si ha immediatamente la sensazione di trovarsi in quartieri dormitorio. Civilizzazione e responsabilizzazione del cittadino a partire dalle scuole dell'obbligo che non può che passare attraverso un' adeguata gratificazione, sia professionale sia economica, di quelli che sono i primi formatori del cittadino, ovvero maestri e professori.

Costruzione di un'autentica rete ciclabile che si ponga come alternativa tanto ai mezzi che all'utilizzo delle auto. Riorganizzazione dei piani urbanistici e dei flussi di traffico. Incentivi alla vita culturale autentici e non palliativi rendendosi conto che per vita culturale si intendono, nel 2010, fenomeni a 360 gradi e non la qualità del programma de La Scala o dei maggiori teatri. Infatti è esattamente a causa di questo pensiero miope ed elitario che a Milano le proposte culturali che provengono dal basso o che sono eccentriche rispetto alla gente bene, nascono e muoiono nello spazio di pochi mesi.

E qui mi fermo, perché in fondo anche le mie non sono altro che ennesime parole, ma il discorso potrebbe continuare a lungo includendo il problema dell'integrazione che non si risolve con generici richiami al senso di comunità o il tema dell'Expo che non si affronta dicendo rimbocchiamoci le maniche, ma senza avere la minima idea di quale messaggio, concretamente si vuole far passare.

Qui mi fermo invitandovi a leggere il Manifesto del Corriere, a rispondere a un un piccolo sondaggio su di esso e magari ad aggiungere nei commenti quelle che sono secondo voi almeno i primi tre passi fondamentali da compiere da qui a pochi anni, per un vero progetto "speranza Milano".

Foto: Flickr

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