Un paio di giorni fa su Il Post si leggeva un interessante riassunto della situazione scuole in Italia; sempre più in alto mare tra tagli alla didattica e al personale. Un problema che tocca ovviamente sia gli studenti sia le famiglie lavoratrici. Come giustamente scriveva l’autore del pezzo:
Il tempo pieno non è andare a scuola anche il pomeriggio. Non è un’aggiunta di ore. È un progetto didattico che ha una lunga storia e consolidati risultati, che estende a un numero maggiore di ore scolastiche le necessità di apprendimento dei bambini attraverso attività e insegnamenti strutturati su questo numero di ore. E che fa assumere alla scuola la responsabilità di una formazione più collettiva dei bambini, più basata sul rapporto con gli altri
Il fatto è che proprio questo assunto sembra stia venendo a crollare e quello che è stato un diritto assodato fino all’altro ieri per molti di noi, oggi è un lusso che lo stato non può più permettersi. Un lusso la cui ricaduta pesa molto - in termini di soldi e di tempo - sulle famiglie lavoratrici. Questo nonostante il Ministro Gelmini sostenga che le classi a tempo pieno siano addirittura aumentate rispetto al passato.
Ma le cifre parlano chiaro, anche a Milano. Dall’anno prossimo a fronte di 1900 nuovi alunni negli istituti meneghini, il numero degli insegnanti scenderà di 706 unità e il tempo pieno non sarà più garantito a ben 3000 studenti. Oltre a questo si aggiungerà il caos delle mense, come dichiarato a Corriere.it da un genitore di un alunno della primaria di Via Giusti:
Ci hanno spiegato che se la situazione rimane questa, la mensa così come l’abbiamo conosciuta salterà: i bambini torneranno a casa a mangiare oppure i genitori dovranno mettersi d’accordo e pagare una cooperativa
Per questo motivo oggi alle 17, genitori in rappresentanza dei comitati Zona 5 (Milano Sud) e Zona 8 (Milano Nord Ovest) scenderanno in piazza (rispettivamente in Piazza XXIV Maggio e in Piazza Gramsci) per manifestare contro i tagli che impongono enormi sacrifici alle famiglie e, fatto anche più grave per le prospettive del paese, un considerevole svilimento della didattica. Questo per tacere di alcune soluzioni pro-tempore un po’ grottesche che le scuole più in difficoltà stanno adottando per tamponare l’emergenza; ne cito, sempre dal Post, la più clamorosa, quella di una scuola di Milano:
Il consiglio di istituto ha affidato a tutti i genitori una tabella da compilare in modo da assegnare un punteggio a ciascun bambino e stilare poi la graduatoria. Nella tabella sono contenuti i criteri «variabili di valenza sociale». Si va dai 10 punti degli alunni con certificazioni disabili o invalidità a 5 punti per le famiglie con un solo genitore, e via scendendo fino a 2 punti pe run fratello o una sorella che frequentano lo stesso istituto o 1 punto soltanto assegnato all’alunno che «appartiene al bacino di utenza», o agli altri figli fino ai 14 anni. A parità di punteggio ha precedenza il bambino più anziano.
Soluzioni? Soluzioni a portata di mano sembrano non essercene, ma ancora Il Post ne propone un abbozzo, un punto di partenza da cui recuperare almeno qualche bruscolino del tesoro; una soluzione che, se dovesse venire discussa pubblicamente rischia di sollevare un polverone pari se non superiore alla questione del crocefisso in classe:
Il sistema scolastico italiano continua ad accollarsi ben due ore di religione settimanali alla scuola materna ed elementare, e una alle medie e superiori. Il costo di questo insegnamento – che ha stipendi superiori a quelli della didattica principale – si aggira intorno agli 800 milioni di euro (più di un miliardo, secondo altri conti): e per permettere a chi non lo segue un insegnamento alternativo vengono allocati alla stessa ora insegnanti e costi che lo rendono un onere aggiuntivo. Di 800 milioni annui, appunto

1 COMMENTOAGGIUNGI IL TUO
nicola-ottomano
Ecco, infatti, iniziamo ad eliminare l'inutile ora di religione, che magari diminuiscono pure quelli che devolvono l'8xmille al Vaticano, quelli che credono che la Chiesa debba avere agevolazioni fiscali, risparmi sull'ICI ecc… Recupereremmo circa 4 miliardi di euro/anno. Nicola
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