Milanostorie: storie di autisti e passeggeri nell'hinterland milanese (prima parte)

deposito atm, trasporti pubblici hinterland

Mi sono trovato a lavorare a progetto per una società incaricata da ATM di rilevare, per una statistica interna, i biglietti sui mezzi pubblici (soprattutto interurbani o extra-urbani). Talvolta ero solo, talvolta coadiuvato da un controllore con l'ingrato compito di multare i portoghesi. Raccogliendo le impressioni di questi viaggi per la provincia di Milano è nato questo reportage in tre puntate.

Il cuore di un luogo si ausculta anche trascorrendo una giornata sui mezzi pubblici, discutendo con i controllori e gli autisti, origliando i discorsi dei passeggeri. La giornata lavorativa dei conducenti comincia prima dell'alba, quando ancora si incrociano i mattinieri con i tiratardi, quasi sempre alticci, che procrastinano per le strade i bagordi della nottata col gomito alzato. Buona parte della città è ancora abbracciata da Morfeo, ma nei depositi c'è un formicolio di autisti pronti a cominciare una giornata nel traffico.

Bus e tram, dai depositi, escono a ripetizione; il momento caldo in cui i mezzi pesanti si riversano per le vie, cittadine e non, per dirigersi al capolinea e cominciare la propria corsa va dalle 5 alle 7 del mattino.

Foto|Danae Mauro

Di solito i depositi sono ex fabbriche riattate sotto le quali riposano decine di autobus. All'interno ci sono stanze accoglienti, specie nei paesi dell'hinterland, con mazzi di carte, calcio balilla, cucina, frigorifero, una televisione perennemente accesa e poltrone su cui - viste le ore barbine in cui si comincia a lavorare - viene una voglia smisurata di abbandonarsi. Poi gli onnipresenti calendari sbiaditi di maggiorate, attaccati senza convinzione sulle pareti o sugli armadietti. E' proprio dei tragitti interurbani che mi occuperò in questo reportage.

Appena si esce dagli uffici per gli autisti si è assaliti dal rombo di motori; l'olezzo di gasolio è tossico, le luci rendono i volti già minati dal sonno ancora più brutti, sfigurati, come in un quadro espressionista. Ti ci abitui, come a tutto. È un lavoro, come tanti.

Urbano o extraurbano, this is the question. Dal punto di vista degli autisti lavorare a Milano, quindi per ATM, ha un vantaggio: non ci sono i turni spezzettati, fai le tue otto ore (qualcosa di meno), comprese le pause, tutte di fila, poi vai a casa dalla famiglia (se ce l'hai) e riesci a scindere bene lavoro da vita privata.

Nell'hinterland il lavoro tende a rosicchiare il resto della vita. Per chi lavora in uno dei numerosi vettori: Stia, Atinom, Net, Brianza Trasporti etc., gli spezzettamenti sono una tortura. Magari si scarrozzano il turno la mattina presto (credetemi, veramente presto), poi ci sono ore buche, poi giunge l'orario di ritorno da scuola degli studenti e si fanno altre due corse, poi ancora pausa, per concludere nelle ore serali col ritorno dei pendolari.

Capita sovente che un autista stia in ballo dalle 5 sino alle 18 per lavorare le 8 ore canoniche. C'è la convinzione di essersi guadagnati da vivere per andare avanti a lavorare il giorno successivo. I turni spezzettati sono sopportabili se hai la casa a ridosso del deposito, tra una tranche di lavoro e l'altra puoi fare delle commissioni, altrimenti è un inferno. Chi ha famiglia o un mutuo avviato non può mollare, mentre gli altri si domandano chi gliel'ha fatto fare di trovarsi immersi in un lavoro del genere. Circolano storie di conducenti che dopo anni di questo esasperante girone dantesco abbandonano capre e cavoli e vanno a fare i camionisti. Lì si lavora tanto, ma almeno si guadagna bene. Così dicono.

Il lato positivo delle tratte extraurbane è che si crea un giro di passeggeri/clienti affezionati; c'è meno anonimato, si scambiano quattro chiacchiere. L'autista conosce i passeggeri e i passeggeri conoscono l'autista, lo chiamano per nome, ne conoscono lo stile di guida. Nel rapporto autisti/passeggeri Milano è una città particolarmente fredda. Basta andare a Palermo che si saluta, si chiacchiera, anche in città. A Milano nei nuovi tram il manovratore è addirittura isolato, barricato nella sua postazione di guida, non si può comunicare con lui. È un modello che fa molto mezzi pubblici nell'età del socialismo reale, con autista e passeggeri separati, i ruoli distinti da un invalicabile separé. Parlare al conducente non solo è vietato, è impossibile. Ma siamo sicuri che gli autisti vogliano tutta questa privacy?

Ho sentito di storie d'amore nate su autobus interurbani; ho assistito ad autisti che bramavano un determinato turno per scambiare quattro chiacchiere con “la ragazza che lavora nel centro commerciale” o “la signora divorziata con figli che scende a Busto Garolfo”. Nelle ore non di punta si creano vere e proprie situazioni da salotto, si fanno pettegolezzi, si discute di cronaca locale.

Il livello di “salottismo” spesso è orientato dal conducente. Ci sono quelli più sfacciati e quelli più timidi che sbirciano la vita sul veicolo attraverso lo specchio retrovisore interno e non intervengono, forse per paura di sconfinare dal proprio ruolo.

Ho assistito a scene esilaranti tra autisti e ragazze che prendono l'autobus intorno alle 11 per andare a prostituirsi a ridosso dei motel sulle statali; che tra un turno e l'altro espletano le loro commissioni, vanno in posta o in banca; che passano fuori dalla scuola in cui c'è il figlio e suonano il clacson per salutarlo oppure, quando la pausa glielo consente, vanno a trovare l'amichetta nel paese vicino e le parcheggiano l'autobus sotto casa (un amante che difficilmente passa inosservato!); autisti che si portano una seggiolina e si piazzano ai bordi di una strada poco trafficata ad osservare l'immensità dei campi di grano, a prendere il sole, a leggere il giornale o a raccogliere ciliegie. Ci sono quelli che, durante lo spezzettamento, si isolano per dormicchiare sull'autobus. Tutta un'altra storia rispetto a Milano.

Ci sono conducenti più estroversi che scherzano con il passeggero, lo punzecchiano (questo generalmente avviene se il passeggero è femmina), altri che se ne stanno per le loro, a guida del dinosauro di lamiera. Girare col bus ti consente una lettura maggiore che altri lavori, tipo stare al casello dell'autostrada, dove probabilmente sembra di trovarsi in una catena di montaggio.

Ci sono pendolari che per vent'anni prendono lo stesso autobus allo stesso orario, autisti che di quel tracciato conoscono ogni centimetro d'asfalto, che hanno visto i passeggeri sposarsi, divorziare, andare in pensione, autisti che si interessano di vite e problemi lavorativi origliando le conversazioni delle prime file. È la loro telenovela quotidiana.

(fine prima parte)

  • shares
  • +1
  • Mail
5 commenti Aggiorna
Ordina: