Terre Vulnerabili e fauna umana: la mostra all'Hangar Bicocca

Qualche giorno fa l'ottima Paola di GossipBlog ha fatto un salto all'Hangar Bicocca per l'inaugurazione della mostra Terre Vulnerabili. La mostra è raccontata così sul sito ufficiale

Si tratta di riconoscere il concetto di vulnerabilità dal punto di vista fisico e morale accogliendolo come centro positivo e vitale. La vulnerabilità è quella singolare capacità empatica che permette a tutti gli esseri umani di riconoscere ed accettare la propria responsabilità etica verso l'altro, verso la comunità e verso l'ambiente. Un progetto in evoluzione, germinativo e organico, che si sviluppa nel tempo della sua vita espositiva permettendo al pubblico di prendersene cura e agli artisti di continuare a crescerlo e nutrirlo. In questo modo i diversi soggetti si renderanno responsabili della mostra e del suo stesso stare in vita

Tutto chiaro, no? Insomma...

Di Terre Vulnerabili si legge qualcosa su LeiWeb per esempio, ma anche sul sito al di là delle facili ironie su un tipo di linguaggio eccessivamente enfatico tipico di certi settori dell'arte, la mostra viene spiegata in una maniera comprensibile anche ai profani, qualcosa di leggibile c'è anche su AtCasa.

Un paio di giorni fa mi scrive Paola e mi manda le sue impressioni sulla mostra: ma più che sulla mostra - vedendo le immagini assolutamente ingiudicabile, a meno di non essere un addetto ai lavori puoi dire solo "Bello" oppure "Brutto" - mi sono piaciute le sue note sui tipi umani avvistati all'Hangar Bicocca.

Così ho dato una sistematina a quanto mi aveva scritto

Mi lascio trascinare da un paio di amiche curiose all'inaugurazione della mostra Terre Vulnerabili all'Hangar Bicocca. Non conosco il posto, non conosco il tipo di mostra, non so nulla, ma sono le 20.30 e dopo una giornata tappata in ufficio un po' di arte non può che farmi bene.

Metro rossa da Cadorna, arrivo a Sesto Marelli. Stop: c'è da aspettare un altro autobus, la 51. La fermata comincia a riempirsi di ragazzi sotto i trent'anni, vestiti in un modo che a seconda del termine che utilizzate abitualmente potreste definire: radical-chic, hipster, e via dicendo...

Saliamo tutti sulla 51 e una ragazza che conosco appena e che ha tanto insistito per andare alla mostra inizia a salutare tutti: capisco in fretta che tutte queste persone provengono, nessuna praticamente esclusa, dall'Accademia di Belle arti di Brera. Inizio a sentirmi vagamente un corpo estraneo.

Scendiamo dall'autobus e ci troviamo davanti al famoso Hangar. La gente è poca: mentre l'appetito abbonda. E così decidiamo di andare a prendere qualcosa da mangiare: la zona bar è piacevole, a metà tra una cucina in arte povera e un asilo per bambini cresciuti, con le sedie basse e i tavoloni in legno.

Libri e giornali ovunque, un po' di cultura che arreda. Il bancone è preso d'assalto, ma in maniera molto ordinata e ancora coerente con l'aspetto azzimato degli invitati. C'è una scritta-ossimoro vergata in gesso che campeggia su un'enorme lavagna alle spalle dei barman: "Offerta x inaugurazione, Aperitivo x2 10 euro (escluso bevande)".

Non mi era mai capitato di vedere a Milano - epicentro interstellare dell'happy hour! - un aperitivo che non comprendesse un calice di vino, una birra, un cocktail, anche analcolico. Pago i miei dieci euro in coppia con la mia amica e mi porgono un piattino da casa delle bambole: mezzo tramezzino, due (due di numero!) salatini, una e dico una fetta di mortadella, una di salame, una di prosciutto e un po' di tonno con il pomodoro.

Ma che importa del companatico, quando attorno a me la varietà umana si sta finalmente palesando! Vedo cappelli dalle forme bizzarre, occhiali strani, pellicce accompagnate da pantaloni skinny a quadretti rossi, occhiali di osso nero enormi e appoggiati su nasi perfetti.

Passiamo a dare un'occhiata alla mostra: lo spazio dell'Hangar è enorme, effettivamente affascinante. Sul lato sinistro svettano alcune torri probabilmente di cemento armato - malgrado mi sembrino di cartone. Ricavo dalla lettura di un cartellone una esegesi delle opere: hanno a che vedere con la cabala, questo è tutto quello che ricordo.

Non stavo attenta ai cartelli perché pensavo, "Ehi, ma qui è pieno di ragazzi di Brera, sapranno spiegarmi tutto per filo e per segno!". I ragazzi con gli skinny a quadretti, le pellicce e le borse enormi sembravano tutti interessati, fini conoscitori, si soffermavano a lungo a studiare le torri, quasi rapiti, formando in genere gruppetti da quattro.

Mi sembravano tutti dei potenziali Virgilio in grado di guidarmi in questo inferno concettuale nel quale non avevo neanche iniziato a perdermi. Non ero proprio riuscita ad entrarci, rimbalzata all'ingresso come un teenager vestito da pezzente e senza amiche una sabato sera qualunque in corso Como.

Gli attempati professori che accompagnano gli studenti indossano in molti casi occhialini tondi microscopici e ricordano da vicino il Professor Guidobaldo Maria Riccardelli de Il Secondo Tragico Fantozzi. Li osservo un attimo e torno a guardarmi le opere. Belle, certo, evocative, affascinanti: ma non ci capisco molto...

Così giro lo sguardo in cerca di uno degli hipster che pochi secondi prima osservavano rapiti, estasiati, sindromedistendhalizzati: loro saprebbero di sicuro spiegarmi tutto. Invece no, erano tutti spariti. Inghiottiti da un warp spazio-temporale? Vaporizzati da un'arma aliena? Colpiti da un'epidemia di morbo dell'invisibilità?

Macché, tutti al bar: centinaia e centinaia e centinaia di persone che leggono, parlano, chiacchierano, muovono i loro vistosi cappelli, gesticolano e dicono parole come "concetto" "installazione" "tecnica" "valutazione artistica" "impressionismo" "significante e significato", annuendo ogni dieci secondi.

Tento di avvicinarmi ma gli sguardi che ricevo a pochi cm di distanza erano quelli dell'esploratore che vede avvicinarsi l'indigeno rimasto fermo duemila anni indietro nel tempo. Mancava poco mi offrissero specchietti e perline in cambio della mia terra: gli basta darmi un'occhiata e veloce, rapida, come a una merce.

Mi hanno già etichettata come una reietta totale, un paria del loro bel mondo, ma mi importa poco. Improvvisamente la voglia di bere mi passa, la nebbia che cala fuori mi convince a tornare verso casa


Chiudiamo: avete riconosciuto il video che c'è in cima al post? E' un estratto di Le Vacanze Intelligenti, terzo episodio di Dove vai in vacanza? pellicola del 1978. Uno dei dialoghi tra Alberto Sordi - Remo - e Anna Longhi - ovvero Augusta - credo sia perfettamente adattabile a quanto mi ha scritto Paola:

- Ma che dice quello?
- E che dice,? spiega, no. Spiega... le cose che noi nun potemo capi'

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