Inizia oggi una rubrica settimanale che chiameremo precari a Milano: una specie di viaggio al termine della notte, quella notte in cui la generazione dei nati negli ottanta sta annaspando. Una notte entro i cui confini dello schiavismo e del lavoro si confondono, esattamente come lo sfruttamento e l’opportunità.
Una notte che però sembra paradossalmente piacerci talmente tanto da farci fare la fila. Sarà un viaggio in una realtà che molti di noi conoscono per averla provata sulla propria pelle, ma che molti altri forse non sospettano, ma sarà anche un viaggio semiserio, perché lo scopo di questa rubrica non è il lamento: ma la catarsi.
E poi perché in fondo l’unica risorsa di questo esercito di precari che aspettano invano il loro Brancaleone, è proprio quello di ridersi addosso, di non prendere sul serio la propria sfiga. Vi garantiamo che ognuna delle schegge di vita che leggerete su queste pagine è vera e fa parte dell’esperienza di qualcuno che vi sta attorno.
Il tracciatore in fiera
Uno dei luoghi di lavoro preferiti dai precari e dagli studenti che gravitano su Milano è la Fiera. Un luogo di cui chi ci lavora o ha lavorato parla sempre con un certo rispetto: perché proprio grazie alla Fiera e ai mille lavori e lavoretti che il suo mantenimento in attività richiedono una intera generazione, soprattutto di studenti, si è pagata le vacanze e le birre con gli amici.
Uno dei più importanti lavori che richiede l’organizzazione di una fiera in Fiera, forse il più decisivo anche se il meno conosciuto, è la tracciatura degli stand.
Fare il tracciatore di stand in Fiera è un’esperienza memorabile, sul serio: uno dei lavori più belli che mi sia mai ritrovato a fare. In apparenza semplice e adatto anche ai più menomati e imbranati uomini sulla terra, questa attività richiede un’attenzione e una precisione che nessuna università al mondo potrà mai insegnare.
Perché tirare per più di cento metri un cavo di scotch largo poco più di 3 centimetri e vederlo schioccare in aria trasportato dal vento dopo pochi secondi dalla posa è esattamente la mossa da non fare in questo tipo di lavoro. Seppur faticoso e pesante soprattutto sulle ginocchia e i muscoli delle gambe – che il giorno dopo urlano dal dolore – il lato più affascinante di questo meraviglioso mestiere, che arriva ad occupare massimo due o tre giorni al mese, è il colpo d’occhio che offre uno qualsiasi di quegli immensi padiglioni deserti.
Osservare tutto quello spazio, grosso più o meno come un campo da calcio abbondante sui lati, vederlo sgombro da tutte le porcate che di solito lo farciscono – merci di ogni tipo, stand, brulicare di gente – vederlo nudo insomma, è un piacere immenso.
Perché quando sei lì, davanti a quell’immensità con i tuoi quattro o cinque colleghi, non ti viene neanche in mente che il frutto di tutto quella fatica basterà appena per qualche birra, pensi solo a quanto sarebbe bello, in quel momento, tirare fuori un pallone e iniziare a giocare in quello stadio deserto e rimbombante.
Foto | Flickr
Blogo Blogo
16 mar 2011 - 17:38 - #1una figura che non conoscevo! :)
thx
chimera222
16 mar 2011 - 22:00 - #2Anni fa mi dicevano: non bisogna essere precari, bisogna inseguire i propri sogni, non scendere a compromessi, anche se bisogna fare sacrifici, ma essere umani significa non adeguarsi a tutto solo per la pagnotta. Oggi, che ho qualche anno in più, e non mi sono adeguato, faccio sacrifici e faccio ciò che mi piace, noto però una cosa: non c’è quasi più nessuno che dice ai giovani “credete fino in fondo nei vostri sogni”. Questo credo sia terribile e disumano.
somis
17 mar 2011 - 14:25 - #3ehm… sarò io un po’ tardo, ma non ho mica capito quale sia il compito di questo tracciatore…
Precari al rogo
17 mar 2011 - 14:53 - #4chi si laurea in porcherie inutili o in facoltà “facili” o chi non studia del tutto (e così abbiamo già coperto il 98% della popolazione italiana) si merita di rimanere precario a vita.
Per il restante 2% la precarietà non esiste.
chimera222
17 mar 2011 - 15:07 - #5@Precari al rogo
non capisco bene, quali sarebbero le “porcherie inutili”?
Precari al rogo
18 mar 2011 - 00:33 - #6Ci sarebbe l’imbarazzo della scelta. Qualche esempio? http://www.iulm.it/default.aspx?idPage=649
chimera222
18 mar 2011 - 09:30 - #7@Precari al rogo: l’esempio che fai è molto interessante! Per capirlo bisognerebbe applicare una analisi quasi “marxiana” - ma non essendo comunisti!
Quel tipo di corsi erano stati pensati soprattutto per i “fighetti milanesi figli di papà” che necessitavano di un qualche parcheggio-titolo di studio facile per poi andare a dirigere qualche impresa di famiglia nel terzo settore (es. agenzie di pubblicità, servizi alle imprese ecc.), insomma per figli (e soprattutto figlie) di buona borghesia ma inadatti a fare economia. Questo ovviamente in una logica tutta insensata del marketing da quattro soldi su cui si basa la società italiana da un po’ di decenni, per cui si creano “servizi di eccellenza” che in realtà servono a mungere un po’ la mucca. Che succede poi? Poi, ovviamente, tali corsi attraggono “dal basso” ragazzi e ragazze con poco senno, un po’ sognatori, con famiglie non acculturate, che confondono la fiction con la realtà; e il gioco è fatto: centinaia di laureati senza alcuno scopo, semplicemente frutto di una campagna di vendite. Se vuoi ne parliamo ancora… ci sono tanti aspetti divertenti nella questione.