So 90/91's - Una mattina sulla circolare di tutti i milanesi

So 90/91\'s - Una mattina sulla circolare di tutti i milanesi

So 90/91's, missione compiuta! Io e Gabriele abbiamo fatto il giro che avevate votato settimana scorsa. Come un satellite, la circolare 90/91 gira intorno alla città con la frequenza di un passaggio ogni 4 minuti. Un universo itinerante, che trasporta persone ma che prima di tutto mischia popoli da tutto il mondo, senza distinzioni. (Non c'è tempo per le distinzioni quando si tratta di lavorare come operaio nei cantieri, come domestica, come fattorino).

È la linea 90-91, la circolare esterna, la filovia, la corona, la linea della paura, la regina, la puzzolente. Caronte di queste anime affaticate - traghettate nell'inferno che la maggior parte di loro chiama speranza - ma anche normalissimo mezzo di trasporto che in un anno copre 2 milioni e 750 mila chilometri, che nelle ore di punta (dalle 7 alle 9) viene utilizzata da circa 2.500 passeggeri e che in un giorno trasporta in media 170 mila persone.

Siamo saliti, una mattina presto, con macchina fotografica e taccuino per documentare un'intera corsa su un bus della 90. Dal deposito di viale Molise, un anello intorno alla città circumnavigato in circa due ore. Pochi frammenti di storie pescati per voi nella marea di vissuto che ogni giorno sale a bordo di questa leggenda a sei ruote.

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Ore 7.24 - fermata Molise

Una signora dai capelli grigi e con una pelliccia sulle spalle dorme con il mento reclinato sul torso: le gambe composte e le braccia nascoste. Le unghie delle dita laccate di rosso, sul naso un paio di occhiali da sole. Il suo sembra un sonno profondissimo che neppure i frequenti spintoni dei viaggiatori che le siedono a fianco riescono a interrompere.

Poche facce. I lineamenti dei cinque continenti sono tutti là, contratti, che trasudano stanchezza da ogni piega. Loro invece siedono agli ultimi due posti, in fondo in fondo, stretti stretti, come se volessero nascondersi sul mezzo semi vuoto. Facce vispe e sorridenti. Dario e Cristiano arrivano da un campo Rom di Linate. Di più non è dato sapere: “però se volete suoniamo una canzone italiana”. Dario - il più vecchio dei due - imbraccia a fatica una fisarmonica sgualcita e strimpella, per pochi secondi un motivetto irriconoscibile.

Sorride, mostrando una fila di denti gialla e interrotta. Se qualcuno lo avesse dato per scontato, la sua prestazione non era gratis e allunga una mano, facendo sì con la testa un po’ inclinata e richiedendo una cifra esagerata: “cinque euro”. Ne raccoglie solo uno, ma sembra comunque soddisfatto. E ringrazia.

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Ore 7.38 - fermata Lodi

La signora con la pelliccia dorme ancora. Beata. Non fosse per i capelli grigi, sembrerebbe una bambina. L'autista invece è un giovanotto con l'accento bergamasco, entusiasta dell'azienda in cui lavora e orgoglioso di guidare su questa linea: "Siamo il mezzo con il carico più elevato di tutta Italia - spiega - noi tiriamo su più gente di qualsiasi altra linea in tutto il paese, capisci? Certo la sera magari è un po' più pericoloso, si vede gente brutta".

Abbassa un po' la voce, allunga il collo verso di me e aggiunge: "Che poi, mica è vero che sono gli stranieri a fare più casino. Falso! Sono gli italiani i peggiori di tutti. Minacciano qui, minacciano là...ma cos'hanno da minacciare la gente che lavora?". Si accende la luce rossa, fermata prenotata. L'autista frena e schiaccia con tre dita altrettanti pulsanti sulla sua destra. Sereno, lancia lo sguardo sullo specchietto retrovisore da cui osserva i movimenti all'interno. È il suo più fedele alleato.

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Ore 7.52 - fermata Tibaldi

La signora con la pelliccia dorme di un sonno così beato che fa un po’ invidia a tutti lì dentro. Tranne che a quattro giovani studentesse da poco salite. La fascia sud della circolare esterna serve anche scuole e università, dall'Agnesi al Feltrinelli, dalla IULM alla Bocconi. Ridono e scherzano, rumorose. Sono le più sveglie di tutte lì dentro.

Parlano dei professori e dei fidanzati, incrociando risatine isteriche con cenni d'intesa scambiati da 8 mani con unghie ben curate. Occupano un isolotto al centro del bus e non si curano più di tanto della peruviana grassissima che - come un uovo - riempie il sedile accanto, assopita, con le guance e il collo così gonfie da obbligarla e tenere gli occhietti semi chiusi rivolti verso il cielo. Del resto, neppure lei sembra accorgersi di loro. Sulla corsia preferenziale ci sorpassa un auto della polizia a sirene spiegate. Il resto della città è a un vetro di distanza: sembra lontanissimo.

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Ore 8.21 - fermata Lotto

La signora con la pelliccia sulle spalle dorme ancora profondamente, in un modo che mi fa preoccupare. Sarà viva? Osservo con più attenzione un angolo di pelle scoperto e vedo un leggero movimento, come qualcosa che si alza e si abbassa. Respira. Sul bus c'è anche un ragazzo italianissimo, ben vestito, dice di fare un mestiere rispettabilissimo.

Saluta e sorride "Foto? Certo fate pure". Una volta scattato tira fuori un sacchetto di plastica pieno di marijuana. Sarà un mezz'etto. Tranquillo come un pascià, si rolla la sua canna tra due sedili. Ride ancora, soddisfatto.

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Ore 8.49 - fermata Viale Jenner

La signora con la pelliccia sulle spalle si è svegliata. Si stiracchia un po’, si alza sulla sedia, sistema la gonna. Il mezzo è già affollato e a quest'ora è difficile trovare un posto a sedere. Centinaia di mani cominciano a ungere gli anelli appesi e le sbarre per reggersi: a tenerci lo sguardo fisso sembra una danza umida di braccia e gomiti governata dai movimenti del bus che affronta le curve. Ipnotico.

Il signor Mario non fa neanche in tempo a salire che ha già capito tutto. "Volete farmi una foto? Ma certo! Mi metto così?". Ha il volto coperto di una crema bianca, probabilmente per proteggersi dal freddo. In testa ha un cappellino verde da baseball, sull'occhio destro un cerotto insanguinato sotto cui si intravede il bulbo oculare tumefatto. Il signor Mario è originario di Potenza, studia alla facoltà teologica, lavora all'Enel ed è appena stato operato di un tumore all'occhio, "e speriamo che vada tutto bene". E' simpatico e cordiale, molto chiacchierone.

Finché parliamo dello studio e della sua vita è tranquillo, ma appena affronti l'argomento 90 il suo volto cambia espressione. Si guarda intorno circospetto e abbassa la voce: "Qui è pericoloso, tutti st'immigrati, non c'è mai da stare tranquilli". Ha una specie di carrello, dove tiene libri e acqua da bere. Lo stringe un po' verso di sé e mi guarda fisso negli occhi, apostrofandomi col fare del parroco: "è il senso della morale che si è perso!". Tra me è lui c'è Artur uno dei tanti immigrati che Mario non vorrebbe sulla 90. Ma Artur è buono, timido. È bruttino, i suoi lineamenti sembrano la caricatura di quelli di un ecuadoriano medio.

Labbra gonfie, guance pendenti, ciuffi spettinati di colore corvino. Parla a monosillabi e a sentire lui per conoscere la sua vita basta sapere che fa il corriere e che vive da 7 anni - solo - a Milano. Ma quando sorride, la sua faccia diventa una maschera di felicità e io non gli credo più tanto.

Ore 9.07 - fermata Stazione Centrale

La signora con la pelliccia sulle spalle è ormai ben cosciente, ma se ne sta seduta nel suo posto. In silenzio, occhiali sempre su. Il sole comincia a donarsi in tutto il suo splendore. Fa ancora freddo, ma dal colore che stanno prendendo le poche nuvole si capisce che sarà una giornata splendida. Una di quelle in cui il pizzicorino di fresco autunnale sulle braccia è mitigato dal calore della luce solare sulla faccia, con un contorno di cielo azzurro che, per il buon umore, funziona sempre.

Se tutto questo non fosse sufficiente, ad aumentare la nostra dose di ottimismo arriva lei. Una ragazza boliviana, tacco 9 e passeggino. Un sorriso dolce come il miele. Parla con un filo di voce, timida timida: fa due lavori, domestica la mattina e cameriera il pomeriggio. Nel passeggino, incartata come un pacco, c'è Buenavel, sua figlia.

In mezzo a tutte quelle coperte ha caldo, ma le sue braccine sono troppo deboli per sfilarsi il cappello o lanciare via la coperta, e la premura della mamma di certo non aiuta. Buenavel ha un anno ed è una milanese doc, come da certificazione anagrafica.

Un quadretto familiare da far stringere il cuore anche al più nero assassino. Ma ecco che in questo idillio, arrivano loro, come un fulmine a ciel sereno: i controllori. Salgono rapidi come velociraptor e immobilizzano subito le prime prede. L'agitazione sale e il popolo della 90 è in fermento. Il panico si diffonde come un virus a bordo. Ma loro sono stati furbi perché si sono divisi salendo dalle tre le entrate e riescono a tenere sotto controllo il 95 per cento delle persone.

Quindi muoversi più di tanto è inutile. Vedo qualcuno che cerca, con piccoli passi di assestamento, di ritardare il momento del controllo, in modo da guadagnare il tempo sufficiente per una fuga discreta.

Ore 9.17 - fermata Molise. Di nuovo.

La signora con la pelliccia sulle spalle viene interpellata da uno dei controllori: «biglietto prego». «Cosa vuole?». «Biglietto prego». «Non ce l’ho». «Allora dovrà pagare la multa». «Ma non ci penso nemmeno, io ho settantadue anni e non pago un cazzo!».

Siamo tornati al punto di partenza e scendiamo. Per lei, invece, un altro giro di giostra.

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