Cosa vedere a Milano sud: Corvetto, Nosedo, Chiaravalle

Dalla periferia alla campagna, in pochi passi. Tra cascine, trattorie tipiche, parchi e alcolici a 90°.

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Per chi, come il sottoscritto, è sempre vissuto a Milano nord, fa una strana impressione notare quanto sia "corta" la città nella sua zona sud. Mi spiego: se si prendono le vie di fuga della parte settentrionale della città (tipicamente, viale Certosa o via Gallarate) ci si ritroverà sempre immersi in un paesaggio urbano, senza soluzione di continuità. D'altra parte, in quella direzione si va verso la Brianza, verso un'area molto popolata e ad altissima densità industriale.

Le cose, invece, sono molto diverse se si scende a sud: basta mettere un piede, letteralmente, fuori dalla periferia cittadina per ritrovarsi immersi in un paesaggio bucolico. Fatto di cascine, campi, chiesette, anche pollai. Per rendermi meglio conto di questa particolare differenza, ho deciso che - approfittando di questo magnifico inizio di novembre 2015 - avrei attraversato tutta quella zona a piedi: da Corvetto fino al borgo di Chiaravalle (con tanto di Abbazia, ovviamente).

Così, ho lasciato la macchina in via Ravenna (zona Corvetto/Porto di mare; estrema periferia sud nonché zona davvero brutta, purtroppo) e mi sono incamminato per via San Dionigi. Che immediatamente mostra le prime caratteristiche delle vecchia Milano: stretta tra case basse dalle quali risuonano le voci di chi, in quel momento, in quegli appartamenti stava pranzando.

A salutare chi arriva in città da via San Dionigi c'è l'enorme "signurun de Milan": una statua del Cristo montata sulla propaggine di un edificio civile, come se fosse la prua di una nave, alta quanto due piani del palazzo sul quale si trova. Da lì, è un secondo: al caos della città si sostituisce la quiete della campagna, per quanto ancora punteggiata da enormi case popolari. Siamo ancora nei confini di Milano, ma ci troviamo nell'antico borgo di Nosedo che - come si legge sull'ottima guida L'Altra Milano - "prende nome da Nocetum, dove i milanesi si rifugiarono a seguito della distruzione operata dal Barbarossa, rifondando nuove sedi religiose. Nel Duecento un drappello di monaci cistercensi si trasferì a Nocetum e cominciò a dissodare le terre, creando tra gli alberi di noci (da cui il borgo prende il nome) un importante distretto agricolo".

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A testimonianza di questo passato rimane la piccola chiesetta dedicata ai Santi Filippo e Giacomo Apostoli. Circondata dai campi, coperta dall'ombra di un albero di noci, affiancata da una cascina perfettamente ristrutturata che oggi è un centro d'accoglienza e assistenza per persone in difficoltà. Un centro in cui potete entrare liberamente per osservare il giardino e i galli e galline (e cani) che vi circolano liberi. Dalla periferia della città, saranno non più di 500 metri. Di fronte alla chiesa, una seconda cascina, dall'aspetto più diroccato, è abitata da famiglie benestanti (a giudicare dalle auto parcheggiate) che mantengono in vita esempi bellissimi della Milano agricola che fu.

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Qui, conviene fare una piccola deviazione a sinistra e imboccare via Fabio Massimo, per raggiungere il Casottel: trattoria tipica milanese a gestione familiare, con tanto di campi da bocce e sciura che nel presentare il suo menù si premura anche di chiedere: "Lo sai cos'è la Cassoeula?" ("Certo che lo so, signora, mia madre la cucina ogni inverno"). Prezzi forse un po' troppo cari per una cucina ottima ma pur sempre casalinga, però l'atmosfera merita davvero.

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Al ritorno su via San Dionigi, c'è solo da svoltare a destra alla prima rotonda per lasciarsi completamente alle spalle la città e imboccare il parco della Vettabbia. Non prima, però, di aver dato un'occhiata al depuratore di Nosedo, un impianto per il trattamento delle acque reflue costruito nel 2003 per evitare che Milano incappasse nelle sanzioni dell'Europa. Non c'è molto da vedere, ma è pur sempre merito dei lavori per questo depuratore che si è deciso di approfittarne anche per creare la zona del parco, continuando così la tradizione secolare di bonifica e cura del territorio che fu iniziata proprio dai cistercensi.

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Una volta imboccato il parco, basta proseguire dritti in mezzo ai prati e alle cascine per puntare verso l'Abbazia di Chiaravalle. Uscire dal parco, quando ci si ritrova proprio di fronte all'Abbazia, non è però la più semplice delle imprese: bisogna oltrepassare una recinzione, gettarsi in un fossato (fortunatamente asciutto) e risalire sulla strada, scontando anche le occhiate perplesse di chi cammina sul marciapiede.

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L'Abbazia di Chiaravalle è, giustamente, notissima: fondata da San Bernardo, dell'ordine cistercense, nel 1135, merita di essere visitata nella sua interezza. Merita anche un salto nel negozio appena sulla destra dopo l'ingresso: dove mi sono procurato un digestivo e le famose gocce imperiali, quelle da bere con moderazione versando un cucchiaino su una zolletta di zucchero (d'altra parte, la gradazione alcolica è da 90°). Dice Wikipedia: "È un distillato d'erbe prodotte dai monaci della certosa di Pavia e di altri monasteri cistercensi italiani (abbazia di Monte Oliveto Maggiore, Abbazia di Piona, abbazia di Chiaravalle della Colomba), secondo un'antica ricetta probabilmente inventata da un frate di nome Eutimio Zannucoli nel 1766".

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Ma giunti fin qui, c'è da fare un ultimo sforzo ed entrare nel vecchio borgo di Chiaravalle, situato sulla sinistra rispetto all'Abbazia. Non che ci sia molto da vedere, ma l'atmosfera da paese - con la balera, le poste, il vecchio municipio, il bar-trattoria-sala giochi - è un esempio perfetto di cosa ancora si nasconda in una Milano che, oggi, viene celebrata soprattutto per i grattacieli. Che da qui sono davvero lontanissimi.

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