Niente da fare per le moschee a Milano

Dopo la legge regionale e il parziale fallimento del ricorso del comune alla Corte Costituzionale, la giunta si arrende.

moschea milano

Che tirasse una brutta aria per il progetto delle moschee a Milano si era capito da tempo: le mille difficoltà del bando, dell'albo delle religioni, dei ricorsi, dell'individuazione dei luoghi giusti. Adesso, si è capito, la giunta Pisapia ha definitivamente rinunciato a portare avanti il progetto. Ed è un peccato, perché a un certo punto sembrava davvero che la cosa stesse procedendo e che i tre luoghi fossero stati individuati: la prima e più importante area riguarda l'ex PalaSharp; il secondo luogo di culto sarebbe stato quello degli ex bagni pubblici di via Esterle; per il terzo luogo, quello di via Marignano, avevano vinto i musulmani del centro guidato da Shwaima, il più antico in città; ma dal momento che solo due delle zone sarebbero dovute andare agli islamici, la terza, quella vicino a Rogoredo, avrebbe potuto finire in gestione agli evangelici.

Ma queste sono parole a vuoto, perché alla fine le difficoltà hanno avuto la meglio e hanno convinto il Comune a gettare la spugna. Il colpo di grazia l'ha dato la legge regionale anti-moschee voluta da Maroni, che doveva garantire che le moschee sorgessero in aree collegate a dovere e a una "distanza minima" da altri luoghi di culto; che avessero una superficie di parcheggi pari ad almeno il doppio di quella dell'edificio; che fossero dotate di impianti di videosorveglianza collegati con le forze dell'ordine.

L'obiettivo di tutto ciò, chiaramente, era solo ed esclusivamente bloccare la costruzione delle moschee. Ragion per cui il comune aveva fatto ricorso contro la legge regionale, ottenendo la bocciatura di due soli articoli su otto. Abbastanza da far gridare al successo Maroni, nonostante i due articoli siano essenziali: si dice che la regione non può chiedere (come faceva) che solo le religioni che hanno una stipula con lo stato abbiano diritto a un luogo di culto e viene bocciata anche la richiesta di inserire telecamere di videosorveglianza, perché sarebbe una vera politica di sicurezza che non riguarda la regione.

Sugli altri punti, però, la legge è passata. E tanto basta per far gettare la spugna a una giunta che probabilmente non ha più le forze per portare avanti una battaglia così complessa mentre la campagna elettorale è nel vivo. Toccherà ai prossimi tornare sulla questione. O archiviarla ancora una volta.

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