Molti prevedevano che dopo l’omicidio di sabato 13 febbraio, via Padova si sarebbe trasformata in una banlieue transalpina con auto incendiate e cassonetti rovesciati ogni notte. Fortunatamente non è andata così, anche grazie all’intervento dissuasivo - nei giorni successivi, sembrava di stare in una zona di guerra - delle forze dell’ordine, e al buonsenso delle comunità della zona.
Intanto, i tre dominicani - di 31, 19 e 18 anni - fermati per l’omicidio, restano in carcere: pur avendo ammesso il delitto, interrogati a San Vittore dal gip, non hanno ancora ammesso chi di loro abbia colpito al petto Hamed Sayed, il diciannovenne egiziano ucciso poco più di una settimana fa. Restano in carcere i tre, anche perché si teme la reiterazione del reato e la fuga.
Intanto, per quel solito fenomeno che riunisce in cluster eventi simili: stamane un cittadino rumeno incensurato è stato ucciso con 7-8 coltellate nei pressi del Club 71, in zona Corvetto, mentre in via Fioravanti, dalle parti di via Messina, un ragazzo cinese di 22 anni è stato accoltellato da un connazionale. Ora è al Fatebenefratelli in condizioni non gravi.
Quello che è successo sabato sera in Via Padova, agli occhi di chi nel quartiere ci è nato e cresciuto non rappresenta certo una novità, tutt’altro, perché è da decenni che questa zona paga sulla propria pelle il disinteresse generale delle istituzioni che ignorano costantemente i fattori di problematicità che impregnano il quartiere, primo tra tutti l’emarginazione quasi totale dalla vita cittadina.
Oggi il sentimento comune, purtroppo diffuso anche tra gli abitanti italiani del quartiere, è che il pericolo, il degrado e la violenza che caratterizzano la Via siano le incontrastabili conseguenze del flusso migratorio che ha portato in questa zona, più o meno da una quindicina di anni a questa parte, migranti da ogni parte del mondo, dal Sud America al Maghreb, dall’India alla Cina, fino all’Est europeo.
Ma quello che sta prendendo piede tra gli abitanti, oltre ad essere pericoloso è fondamentalmente un sentimento immotivato, perché il degrado e la violenza non sono certo sbarcate in Via Padova insieme ai migranti. Infatti, come forse molti si sono ormai dimenticati, già 20 anni fa Via Padova era teatro di violenza e degrado, un degrado forse ancor più acuto di oggi e che era dovuto quasi totalmente alla presenza radicata sul territorio della malavita italiana…
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Dopo la rivolta in viale Padova di sabato sera, si è scritto e detto un po’ di tutto: Matteo Salvini ha democraticamente proposto, dalle pagine de Il Giornale, l’ultima boutade che serve solo a gettare benzina sul fuoco
«Fermiamo per un anno le vendite di case e di attività commerciali a tutti gli extracomunitari»
applicabile anche a svizzeri, statunitensi, o giapponesi. Roberto Maroni invece, ha una visione più ampia della questione, e la spiega sul Corriere:
Io dico: vanno espulsi i clandestini, ma non si risolve un problema come via Padova con i blitz e le camionette. La soluzione non è lo Stato di polizia»
Roberto Maroni dice anche cose sensate e condivisibili, nell’intervista uscita sul quotidiano di via Solferino: dateci un’occhiata. Ma chi vive nella zona? E’ chiaramente esasperato: ma non da oggi, da almeno dieci anni, in cui si è fatto zero per “sistemare” viale Padova. Tre anni fa, avevo parlato col classico comitato di residenti. Tutta gente che viveva nei palazzi davanti alla fermata Pasteur della metro, teatro di spaccio generalizzato…
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Ieri, intorno alle 17,40, in viale Padova è stato ucciso un ragazzo egiziano di 19 anni. La lite in cui muore, nasce tra latino-americani ed egiziani: scendono dall’autobus, litigano, ci scappa una coltellata al cuore del ragazzo, che muore poco dopo. Tempo pochi minuti scoppia la sommossa, con bande di nordafricani che ribaltano auto, sfondano vetrine di negozi latinos e aggrediscono gente più o meno a casaccio.
Io ci sono passato verso le nove e mezza, e la situazione era assurda. Sotto il portone della casa dove abitava il 19enne c’erano una quarantina di persone, più avanti carabinieri, polizia, qualche negozio con la vetrina sfondata e una macchina ribaltata. Non c’era più aria di “guerra” imminente. Tutti per strada o affacciati al balcone gli inquilini… non c’era troppa tensione, era tutto finito.
“A me hanno rotto solo una panca - dice - ma quello che mi fa più paura è che si respira un odio profondo, il desiderio di vendetta. Non so cosa succederà domani. Meno male che è domenica e non devo aprire
Ha spiegato un negoziante della zona a Repubblica.