Galleria Vittorio Emanuele: trenini, tubature, e occhi indiscreti

Foto di Edo Finelight su FlickrStrani dettagli sparsi sul web riguardo alla Galleria Vittorio Emanuele II. Addirittura era in funzione un trenino elettrico che ogni sera accendeva i lampioni a gas dell'illuminazione pubblica:

Erano gli anni della Belle Epoque, quando la galleria Vittorio Emanuele era illuminata da centinaia di fiammelle di gas che venivano accese da un trenino su rotaie pensili che faceva il giro dei cornicioni del 'salotto' di Milano. Ancora oggi il Circolo della Stampa, a palazzo Serbelloni, ha le cosiddette 'sale gas', in cui l'impianto di illuminazione è ancora quello originale, con i tubi per portare il combustibile alle lampade sulle pareti (impianto ovviamente poi adeguato all'utilizzo dell'elettricità).

Lo racconta questa pagina del CNR, che prosegue con le parole di Silvio Bosetti:

Nel sottosuolo di Milano ci sono ancora, e in perfette condizioni di utilizzo, circa 200 chilometri delle vecchie tubazioni di fine Ottocento. Si tratta delle tubature posate quando il combustibile era prodotto dal carbon coke nell'Officina del gas e veniva conservato nei gasometri alla periferia della città. Il 'gas manifatturato', detto anche 'gas citta'', serviva non tanto per la cottura dei cibi, ma soprattutto per l' illuminazione.

Ed è proprio nel sottosuolo della Galleria, dove si trovano le tubature in questione, che la rivista della Camera di Commercio è a scoprire quello che sembra un segreto custodito gelosamente tra pochi, leggete nel seguito uno stralcio dalla presentazione ufficiale del progetto.

Negli spazi sottostanti i quattro bracci della Galleria (larga 14 metri), e in quelli sottostanti l’Ottagono, l’Architetto Mengoni ricavò degli spazi molto belli e piuttosto ampi. Una serie di pilastri lungo gli assi longitudinali dei quattro bracci, a intervalli di 5 metri circa, danno luogo a una doppia serie di moduli rettangolari di 5 metri per 7, il cui intradosso a volta ribassata è a 4,50 metri dal pavimento. Al centro di ogni modulo, l’Architetto ha posto un elegante “occhio” ottagonale, in ottone e vetro, che affiora nel pavimento della Galleria. Altri occhi semi-ottagonali compaiono a ridosso delle vetrine. Questi duecento occhi possono essere soltanto un capriccio decorativo del Mengoni? O invece sottolineano la presenza di altri spazi esistenti sotto la quota pedonale?

La grande novità della Galleria sta nella invenzione spaziale della “strada coperta”: la massa edilizia è rotta in quattro quadranti, costituiti da altrettanti edifici, che fanno da facciata alle quattro strade pedonali, coperte da vetrate all’altezza dell’ultimo piano. Il livello sotterraneo, che per brevità denomineremo “Sottogalleria”, è caratterizzato dagli ampi spazi centrali dei moduli prima descritti, ubicati sotto i quattro bracci della Galleria, e dai più minuti spazi, generalmente usati come depositi, che scale interne collegano ai negozi soprastanti. Il punto è che i mezzanini del metrò e i sotterranei della Galleria sono, come si è detto, complanari e separati fra loro da un semplice diaframma di cemento. Aprendo un varco in questo diaframma, la Sottogalleria verrebbe posta a contatto con un elevatissimo flusso di persone, garantendosi, all’occorrenza, una frequentazione potenziale davvero eccezionale.

C’è da chiedersi se sia giusto che tali spazi – sotterranei sì, ma centrali e nobilissimi – debbano rimanere sottoutilizzati, inaccessibili ai cittadini e ai visitatori. Questo stato di cose ci sembra insostenibile, tanto più che tutto il complesso immobiliare della Galleria appartiene al demanio del Comune di Milano, quindi alla collettività milanese. Vale poi la pena ricordare che tali spazi sono posti nel cuore di una delle metropoli più vivaci d’Europa, in un luogo che ospita una concentrazione ineguagliabile di episodi emblematici noti in tutto il mondo, capaci di grande appeal, quindi oggetto di una frequentazione altissima e crescente.

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