Psicogeografia: viale Zara




Partiamo così: cosa sia la psicogeografia lo spiega benissimo questo link su wikipedia. Io vi faccio un riassunto meno pomposo: si tratta di andare in giro per quartieri, perdendo tempo, a piedi, vagando ed esplorando gli stati d’animo che ci provocano le architetture man mano che le incontriamo. Messa così, un’avventura decisamente
flaneur.

I lettristi postulavano che ci fosse un legame tra il modo in cui erano costruiti i quartieri, e gli stati d’animo che causavano in chi li abitava. Un pò come per Balzac, esisteva una segreta corrispondenza tra le persone e i luoghi in cui vivevano. Come riporta anche la nota enciclopedia online, la psicogeografia si inserisce nel filone del determinismo ambientale, aperto da Ratzel sul finire dell’ottocento. In soldoni: dove abiti, dove vivi, determina chi sei. Vediamo chi vive in viale Zara, prima tappa dell’esplorazione psicogeografica. Mandateci anche le vostre, chiaramente.

Ripamonti non la batte nessuno. Ma anche Zara si difende...

Viale Zara è una di quelle vie, o meglio, di quei viali, che non finiscono mai. Tagliato in controviali da alberi ora mozzati per far posto a metropolitane e metrotranvie, per ora solo immaginarie. La vita scorre nelle villette che si spargono da piazzale Lagosta fino all’incrocio con via Stelvio. Case un tempo popolari, per gente normale, che ora spuntano prezzi nell’ordine del milione di euro e oltre. Sono universi chiusi ermeticamente, come i cancelli che ne impediscono l’accesso, e logorati come le facciate che i proprietari, spesso anziani, non hanno i soldi per ristrutturare.

Fin qui siamo nei primi duecento metri che possiamo percorrere; partendo da piazzale Lagosta, andando verso fuori città, e restando sul lato destro. A sinistra ci sono call center, parrucchieri dozzinali con insegne fatte di decalcomanie ingiallite, ristoranti di nessun pregio. E poi la fermata della metropolitana, con lo scorrere liquido di migliaia di persone.
Sigillato in un senso causa lavori, viale Zara resta mutilato. Non c’è più il traffico costante che impedisce la concentrazione agli esseri umani, lo stesso rumore bianco che causa nevrosi in chi abita sul ciglio di tangenziali e superstrade.

E’ difficile rintracciare qualcuno che ci abiti davvero. Se lo faceva è scappato. Se lo incontri per strada, non ci abita di sicuro. Ha parcheggiato, o si avvia alla metropolitana. Oppure, seduto su una Impreza WRX – comprata di sicuro da Valera in piazza Carbonari – piuttosto che una Classe A, apre il cancello automatico ed entra in una delle viette private che aggrovigliano tra loro le ville di viale Zara. Poi, non c’è spazio.

Non c’è spazio e basta in viale Zara. Non esiste spazio per i marciapiedi - strettini - non c'è spazio per attraversare il viale senza dover arrivare ai semafori - per giocare, per provare una sensazione che non sia quella di muoversi di lì, per andare altrove. Senza tirare in ballo Marc Augè: Zara è un po’ un non luogo. Forse la vita è altrove, poco distante. Forse all’Isola, forse fuori, verso Niguarda o la Bicocca.

Degli alberi sopravvissuti all’ecatombe causata dalla metrotranvia, restano tronchi mozzati alla base, che si distendono davanti a ristoranti in cui la domenica incontri anche i preti delle due vicine parrocchie, come “La villetta”, dove sembra che gli anni cinquanta non siano mai passati. Tabaccai aperti anche di domenica all’angolo con via Budua, negozi di sport che superano un fallimento dopo l’altro, altri di vestiti per bambini, sorti in epoche in cui i bambini si vestivano ancora da bambini. Poi più avanti ancora l’Esselunga. Il fioraio, le poste, il panettiere. Dall’altro lato, una specie di emisfero destro. Poco, o molto meno. E a quel punto, siamo già arrivati in piazzale Istria.

Per mangiare: La Villetta, viale Zara 87, 20100. Tel. 02.69007337

Per bere: Cantine Zara, viale Zara 118, davanti all’Esselunga. Enoteca fornitissima, c’è di tutto, posto fantastico.

Uscire la sera: scappate. Andate all’Isola.

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