Psicogeografia: Piazzale Nizza


Imperterrito, continuo nella casuale esplorazione di vie e zone della città in cui vivo e presumo viviate anche voi, se siete su queste pagine. Questa volta si passa verso Niguarda, in quella terra di nessuno che è Piazzale Nizza, crocevia tra via Murat e via Benefattori dell'Ospedale. Per il quale si intende quello Maggiore, cari affezionatissimi. Buona lettura.

C'era qualcuno che praticava negli anni settanta, aborti clandestini da queste parti. Lo so, perché me l'ha raccontato una che l'ha fatto ai tempi. Piazzale Nizza l'hanno stravolto negli ultimi cinque, sei anni. Prima ci passavano quei tram inutili che nessuno prendeva mai, sempre vuoti e arancioni, diretti verso Desio forse.

Ora abbiamo rubato a qualcun altro la linea 4, con i Sirio che sibilano, e ci sentiamo molto più parte della metropoli. Il rinnovamento della piazza, precedentemente squallida, ha portato con sé nuove linee tramviarie, e quelle pensiline moderne che i writer più beceri non risparmiano, taggando felici su vetri infrangibili.

C'è tutto un microcosmo, in questa piazza, in cui confluisce via Murat, per trasformarsi in via Benefattori dell'Ospedale. Abbiamo avuto un momento di gloria nei primi anni novanta, quando sembrava che Max Pezzali degli 883 si fosse stabilito lì. Ci si sentiva parte del mondo.

In fondo altre leggende raccontavano di Marco Balestri, che viveva nell'adiacente via Reinach, disperante e chiusa propaggine della Milano Meda. Non ho mai voluto sapere se fosse vero o no.

In piazzale Nizza ci sono negozi che altrove non sarebbero sopravvissuti, fruttivendoli che non risentono della crisi che colpisce la categoria, parrucchieri per uomo, due meccanici nella stessa piazza, pompe funebri, latterie - dio, sentite quanto sa di anni sessanta la parola latteria? - una pizzeria gestita da volenterosi egiziani che quando gli chiedi - giustamente - la bibita in omaggio tentano sempre di rifilarti il chinotto.

Messa così si presta a più interpretazioni, scegliete quella che preferite. In piazza c'è quella umanità che popola tutte le periferie del mondo, ma non ci sono più compagnie. La compagnia storica è rimasta quella di sempre.

Quella che mi ricordo giocava già negli anni ottanta a undici contro le serrande, sono sempre loro - o in fondo, siamo sempre noi - quelli che nel tempo sono passati dal Fifty Malaguti alla Cinquecento Sporting, e poi alla Golf, e poi alla dipendenza da cocaina, e poi alla dipendenza da essere un agente immobiliare con vestiti Oviesse spacciati per Caraceni e Gianni Campagna.

I palazzi che si affacciano sulla piazza sono scrostati, lasciano intravedere il nulla; spesso qualche latino americano tiene alta la musica, che inonda le vie, popolate da vecchi con bombole per l'ossigeno. Ne conoscevo uno, che faceva il maître negli alberghi di questo ricco ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio.

Mi raccontava storie di puttane procurate a clienti inimmaginabili e di cui non farò il nome: ora vaga con la sua bombola di ossigeno per la piazza gettandosi a volte anche su via Murat - che io ho sempre chiamato via Maràt, ma è un'altra storia - e saluta tutti. Tutti gli vogliono bene, e lui sostiene le sue tesi sulla dittatura illuminata con chiunque incontri.

Dal tabaccaio incontri di tutto, elusivi operai della vicina Dalla Rizza Metalli, che rievocano storie di cuccioli di cane squartati da operai, oppure della vicina Oleoblitz, ora delocalizzata.

Vicino c'è la ferrovia, e un muro dove qualcuno ha scritto "Fatti non fummo a viver come bruti". Ero stato io, un giorno qualunque che andavo ancora al liceo.

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