Casi metropolitani: Baggio, Gianfranco Motta, e la solitudine che fa schifo

Casi metropolitani: Gianfranco Motta

La prima volta chiama. Me lo passano: ti trascina in un vortice di parole a cui non ammette interruzioni. Lui, Gianfranco Motta, spiega che è morta sua moglie, e lui è rovinato. Vado a trovarlo, abita a Baggio, vicino al vecchio Marchiondi.

E lui ti racconta la sua storia: ha 76 anni, pensionato, l'anno scorso gli muore la moglie, Angela. Era l'unica persona che aveva, e da allora vive in pratica come un recluso in un appartamento dove non butta mai via niente e accumula carte che raccontano la sua storia, che mostra di continuo.

Ma la storia è un'altra: qualche anno prima gli diagnosticano un brutto male, e lui crede di essere spacciato. Intesta ogni cosa alla moglie. Poi la sfiga, al solito, ci vede benissimo: e manca la moglie, mentre lui sopravvive al tumore. Ed ora vive così, come uno che ti domanda

"Sa, lei crede ai miracoli? Io vorrei costruire una macchina del tempo, per salvare mia moglie, ne parlo spesso con un amico ingegnere. Lei ci crede ai miracoli, no?"

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