Cosa insegna l'insegna? Viaggio tra i cinesi di via Paolo Sarpi e dintorni

insegne cinesi di paolo sarpi, via bramante e dintorni

Vàgolo per il quartiere cinese cercando di mantenere attiva l'immaginazione sociologica, sbircio nei negozi, mi insinuo in vie secondarie e cortili, osservo i citofoni.

Provo a cogliere i segnali del mutamento: cosa è cambiato a Chinatown con la ZTL? Cosa succede in questo quartiere così unico a Milano eppure fotocopia degli altri quartieri cinesi del resto d'Italia e d'Europa?

Si realizzerà la prevedibile conversione dei negozi dall'ingrosso al dettaglio o in servizi d'altro tipo come parrucchieri, centri massaggi, phone center, internet point che non richiedono un oneroso trasporto di merci? Per ora cinesi si arrabattano: biciclette, passeggini, enormi sacchi vengono adoperati con ingegno.

insegne cinesi di paolo sarpi, via bramante e dintorni
insegne cinesi di paolo sarpi, via bramante e dintorni
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insegne cinesi di paolo sarpi, via bramante e dintorni
insegne cinesi di paolo sarpi, via bramante e dintorni
insegne chinatown
insegne chinatown

E se di notte via Bramante muore, di giorno è un quartiere che brucia di vita e i cinesi sono, leibnizianamente, monadi brulicanti. Sembra che ci sia un'armonia prestabilita, impossibile da scalfire dall'esterno.

Sono i commercianti italiani i più scontenti della ZTL, quelli che si sentono legittimati alla protesta. Scrive il Giorno del 21 novembre:

È un no secco, infatti, quello dei negozianti che a soli 4 giorni dall’introduzione del provvedimento antitraffico lamentano un calo degli affari del 90%

Il 90% sembra troppo, addirittura ridicolo, ma bisogna esagerare se si vuole portare a casa qualcosa, bisogna evocare il disastro, l'estinzione della specie, sparare cifre come fuochi d'artificio. I cinesi invece si adattano, silenziosi, non lasciano trasparire nulla. Come le monadi sono privi di finestre:

Nessuna sostanza o determinazione può agire fuoriuscendo da essa o penetrandola. Tuttavia, esse mutano internamente in modo incessante: un impulso interiore verso la perfezione, la cosiddetta appetizione, provoca il continuo passaggio da uno stato all'altro.

Arrivati in Italia dormono in stanzoni, talvolta nel posto stesso in cui lavorano, giorno e notte. Si intende che sono temprati, hanno vissuto una devastante rivoluzione culturale, la fatica ed il sacrificio li hanno nel sangue, non si fermano mai, non si fanno problemi nel portare i pacchi a mano, o come possono. È una comunità in perenne divenire, liquida direbbe Bauman. Mica c'è tempo per lamentarsi: bisogna far soldi, l'Italia è un'America potenziale che per molti diventa reale. I cinesi sono la reincarnazione di quei milanesi descritti splendidamente da Luciano Bianciardi negli anni 60', indefessi scarpinatori e tafanatori, i nuovi adepti del dio denaro che non perdono tempo in bibliche lamentazioni, a meno che la situazione sia insostenibile, come nell'aprile del 2007 quando scoppiò la rivolta. Forse nelle loro teste echeggia ancora l'avvertimento di Deng Xiaoping: “Arricchirsi è glorioso”, altro che evangelici cammelli che non passano per la cruna dell'ago e ricchi che non entrano nel regno dei cieli!

L'ansia di costruire, di produrre, l'incessante operosità si percepisce a partire dalle insegne: un negozio di bigiotteria e paccottiglie è tuttora sovrastato da “Feltrinelli”. Altrove la vecchia insegna è stata grossolanamente coperta con della vernice nera; noto un pannello “Videogiochi, internet, corsi su computer” posto al contrario: il negozio vende il solito abbigliamento dozzinale. Da un muro campeggia la scritta “il pane”, risalente al mesozoico, che per il quartiere significa più o meno qualche anno fa. Di panetterie nemmeno l'ombra. Curioso anche il ristorante “Nuova Viscontea” in via Giannone (qualcuno c'è stato e vuole recensirlo?) che ricalca le orme di un ex ristorante italiano, ora cinese anche nelle viscere, ma la vecchia insegna resta, come un reperto pop. Non c'è tempo di cambiarla: gli affari vengono prima di tutto.

È descritta benissimo nel libro inchiesta “Chi ha paura dei cinesi?”, di Lidia Casti e Mario Portanova, quella che alcuni chiamano “invasione”; non è così, è il risultato del laissez faire. Loro offrivano i soldi, in contanti, e i commercianti italiani se li intascavano, magari storcendo il naso, ma con le tasche tronfie di banconote. Così i negozi e le vie si sono cinesizzati. Emblematico il caso di alcuni bar, italianissimi nello stile, ma cinesi nella proprietà. Quasi sempre c'è dentro una giovane coppia, disposta a lavorare ad oltranza visto che nei bar il guadagno è più o meno proporzionale al tempo di apertura. Penso anche ai cinesi che hanno recentemente acquistato l'edicola del mezzanino della metropolitana di Duomo; lavorano sempre, mi viene il dubbio che siano aperti anche a metropolitana chiusa, che loro siano lì, come indefessi e pallidi vampiri bramosi di clienti.

Tempo fa andai a Prato, lì c'è la comunità cinese più massiccia e radicata d'Italia. Ho visto addirittura dei cinesi oziare, in un parchetto; un'immagine per me sconvolgente.
Nella Chinatown milanese, invece, concludo il mio viaggio con del classico Junk food acquistato in un “International” alimentari. Anche qui i proprietari sono una giovanissima coppia cinese. Uscendo penso ad una delegazione della CGIL che parla di 35 ore agli operai di un laboratorio tessile. Loro osservano inebetiti. Allucinazioni.

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