Intervista: Francesca Zajczyk "Milano da 2 milioni di abitanti? Non basta costruire"


Non ha forse ricevuto tutta l'attenzione che merita, ma in queste settimane il consiglio comunale sta discutendo un provvedimento in grado di decidere le sorti della città per i prossimi decenni: si tratta del documento di inquadramento del Piano di Governo del Territorio, ultima creatura dell'assessore all'urbanistica Carlo Masseroli. Ne abbiamo discusso con Francesca Zajczyk che, oltre ad essere consigliere comunale del Partito Democratico, è anche ordinaria di Sociologia Urbana all'Università di Milano Bicocca: dopo la prima puntata di ieri, ecco il seguito.

Professoressa Zajczyk, la giunta sostiene che una densificazione sarebbe auspicabile per richiamare in città quegli abitanti che nel corso degli anni si sono persi a favore dell'hinterland. C'è invece chi, come l'associazione Chiamamilano di Milly Moratti, ha messo in dubbio che questo trend demografico si possa invertire. Secondo lei è realistico prevedere un incremento di 700.000 abitanti per i prossimi decenni?

Intanto che tipo di abitanti? Albertini diceva esplicitamente di volere una popolazione ricca per Milano. La posizione dell’attuale giunta, e in particolarre di Masseroli che appartiene a Comunione e Liberazione, è apparentemente del tutto opposta: si vorrebbe una città con meno disuguaglianze, aperta, che riesca ad attrarre i giovani. Il problema è che i giovani lasciano Milano non solo perché non c’è un’offerta di case accessibile alle giovani coppie, ma anche perché la città non offre tutta una serie di elementi di qualità, che hanno a che fare con i servizi e con l’ambiente, che fuori città è più facile trovare.

Masseroli si pone il problema di come richiamarli, ma solo al livello di auspicio, mentre non è assolutamente chiaro come pensi concretamente di promuovere questo cambiamento di scelte: avere molte abitazioni vuote non costituisce di per sé un richiamo sufficiente. Sappiamo ad esempio da una ricerca in corso a livello europeo sulle città creative che Milano attrae molti talenti di diversi settori, ben oltre il design e la moda: allo stesso tempo però ha grandi difficoltà a trattenerli. Queste persone, spesso giovani, che vengono a Milano con contratti a progetto, si fermano molto difficilmente, soprattutto se donne in età di maternità o con figli piccoli, e questo proprio perché trovano la città poco accogliente.

Lei è anche, dal 2006, consigliere comunale del Partito Democratico. Come gruppo consiliare, come pensate di agire in aula nei confronti del documento di inquadramento del Piano di Governo del Territorio?

Il PD ha presentato una cinquantina di emendamenti, che cercano di correggere nei limiti del possibile i contenuti del testo in discussione: la strategia è quella di cercare di garantire che effettivamente una quota della nuova edilizia in costruzione consista di “housing sociale”, ad affitto convenzionato, accessibile alle fasce meno benestanti della città. Questo è già scritto nel testo, ma più come petizione di principio che come impegno concreto. Noi vorremmo costringerli a impegnarsi su dati e percentuali precise, in modo tale che il testo non sia solo un libro dei sogni ma possa eventualmente essere usato in seguito come argine contro possibili manovre per favorire attori immobiliari: è questo il grande rischio. La parola d’ordine di Masseroli è “flessibilità” nel valutare di volta in volta le convenienze; anche se non vogliono parlare esplicitamente di deregulation, si tratta comunque di un terreno scivolosissimo, perché Masseroli ripete spesso che il mercato immobiliare si autoregolerà, ma questo non è assolutamente vero e la recente crisi finanziaria mondiale lo dimostra. La flessibilità non può perciò essere senza limiti.
Ci sono poi molti emendamenti della maggioranza, e alcuni di essi chiedono addirittura un ulteriore incremento degli indici di edificabilità, ben sopra la quota 1 proposta da Masseroli. Il documento in discussione in consiglio è di straordinaria importanza perché probabilmente il vero e proprio Piano di Governo del Territorio non vedrà mai la luce, se la giunta punta così tanto sulla “flessibilità”. Il rischio è che proprio questo documento sostituisca il vecchio Piano Regolatore (che pure aveva molti limiti), e diventi il punto di riferimento per le strategie immobiliari. Perché di questo si tratta a questo punto, più che di strategie di governo del territorio.

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