Salvatore Ligresti: le mani sulla città

Tutti gli affari dell'uomo venuto da Paternò a Milano. Amicizie importanti, scandali, arresti e resurrezioni. Fino a oggi.

Quando Salvatore Ligresti arriva a Milano siamo sul finire degli anni '50. E nemmeno lui può neanche lontanamente immaginare che nel giro di pochi anni diventerà uno dei potenti affaristi della capitale economica d'Italia. Nato a Paternò (Catania) il 13 marzo del 1932, arriva sotto la Madonnina portando con sé solo una laurea in Ingegneria conseguita all'Università di Padova.

Nel suo bagaglio ha però anche una grande capacità nell'intessere rapporti, sempre fondamentale per chi vuole arricchirsi in tempi rapidi. I rapporti che riesce a tessere lo mettono subito sulla strada giusta: conosce il suo compaesano Michelangelo Virgillito, uno che se ne intende di finanza e che lavora abilmente nel mercato dei titoli della Borsa di Milano.

Il primo grosso affare lo mette a segno nel 1962. Il suo primo miliardo, raccontato da lui stesso a Il Mondo quando nel 1986 decise di concedere per la prima volta un'intervista. In zona Porta Genova, per la precisione in via Savona, c'era la possibilità di acquistare il diritto per la costruzione di un sopralzo. Ci vogliono 15 milioni, ma Ligresti ne ha a disposizione solo 5. Ecco la sua versione: "Non mi sono perso d’animo. Sono andato al Credito commerciale per chiedere un prestito e mi ha ricevuto il direttore generale, Mascherpa".

Il direttore generale lo riceve così? Anche se si tratta di un emerito sconosciuto? Lui spiega: "Mascherpa era un grande banchiere, un uomo di grosso intuito: io parlavo e lui ascoltava e a un certo momento mi ha detto: “Le do 10 milioni”. Quasi non ci credevo... Con quei 10 milioni ho fatto il progetto, ho rivenduto il diritto per 50 milioni, guadagnando in un colpo solo 35 milioni".

35 milioni nel 1962 equivalgono a circa un miliardo di lire. È probabilmente con questi soldi che Don Salvatore inizia a muoversi con agio negli ambienti che contano della città, mettendo a segno affari con personaggi i cui nomi torneranno agli onori della cronaca: da Michele Sindona rileva infatti la Richard-Ginori, che già allora era povera a livello di produzione, ma portava con sé numerose aree industriali da dismettere e valorizzare.

Il secondo uomo con cui Ligresti stringe rapporti importanti - tanto da essere considerato il suo padrino - è però Raffaele Ursini, che eredita dall'altro padrino dell'uomo di Paterno, Virgillito, Liquigas, solo per portarla rapidamente al fallimento. Da Ursini Ligresti eredita il suo primo pacchetto di azioni. Manovra che porta con sé anche le prime ombre sul suo operato.

Si tratta delle azioni Sai: dopo il crak di Liquigas, Ursini scappa in Brasile lasciando la sua quota del 15% nelle mani di Ligresti. Quota che non rivedrà mai più: secondo Ursini si tratta infatti di una "vendita simulata", ma per Ligresti le azioni sono state regolarmente pagate e acquistate. Nel 1988 una sentenza darà ragione a Don Salvatore. La sua quota inizia rapidamente ad aumentare, sempre grazie ai buoni uffici intrattenuti con altri costruttori provenienti dalla sua terra: i Massimino di Catania. Da loro acquista altre quote Sai e inizia la sua ascesa nel mondo finanziario, imprenditoriale e immobiliare milanese.

All'inizio degli anni '80 per Ligresti arriva il momento di fare sul serio: entra in contatto con Enrico Cuccia, patron di Mediobanca e vertice indiscusso del "capitalismo familiare italiano". I salotti buoni, però, continuano a tenerlo a distanza. Perché invece Cuccia lo accoglie a braccia aperte? Su questo punto ci sono due pareri diversi: secondo qualcuno Cuccia voleva vicino a sé una persona in grado di difenderlo dalle minacce di Sindona; secondo altri i due si uniscono per il controllo di Generali. Ligresti infatti, attraverso Sai, detiene il 7% di Euralux, finanziaria che a sua volta ha in mano uno dei pacchetti decisivi per il controllo delle Generali, assieme a Mediobanca.

Dopo Cuccia, Ligresti entra in rapporti con un altro pezzo da novanta del giro milanese: Bettino Craxi. Grazie a questa amicizia, Ligresti permette a Cuccia di dirigere la privatizzazione di Mediobanca. In cambio Cuccia farà entrare l'uomo di Paternò nei palazzi del potere e gli permetterà di iniziare la vera e propria scalata a Sai, contro gli Agnelli.

Ligresti è ormai tra i più importanti immobiliaristi di Milano, e un importante finanziere: controlla Sai e ha piccole quote di società importanti, dalla Pirelli (5,4 per cento) alla Cir di Carlo De Benedetti (5,2), dalla Italmobiliare di Giampiero Pesenti (5,8) all’Agricola Finanziaria di Raul Gardini (3,7). Nel giro iniziano a chiamarlo Mister 5%.

La Milano da bere inizia a ritorcersi contro Ligresti: il pm Franceso Dettori scopre - grazie anche alle denunce del missimo Riccardo De Corato (sì, quel De Corato) e del consigliere comunale di Democrazia Proletaria Basilio Rizzo - una miriade di reati urbanistici in giro per tutta Milano. Quello che invece scopre la città è che Milano è in mano a Ligresti: due terzi delle edificazioni avviate dalla giunta guidata dal sindaco Tognoli sono assegnate a Ligresti. Siamo nel 1985.

Tognoli si dimette e per Ligresti iniziano i tempi bui a causa di una serie di condanne per abusi edilizi. I rapporti con la politica si interrompono, la sua immagine è rovinata e il mercato reagisce di conseguenza: i suoi palazzi restano invenduti bloccando tutto il sistema terziario della città. Ligresti inizia a indebitarsi: va in rosso di qualcosa come 1.150 miliardi di lire, almeno dieci volte il suo patrimonio netto.

Ma Ligresti ha amici importanti, che si mettono all'opera. Craxi chiede a Nerio Nesi, presidente di Bnl, di concedere un grosso finanziamento all'uomo venuto da Paternò. Ma Nesi rifiuta. Allora si mette all'opera Enrico Cuccia, con modalità complesse di operazioni di mercato - impone la quotazione in borsa di Premafin (fondata da Ligresti), che viene valutata 1000 miliardi, un record - salvando Don Salvatore.

I palazzoni vuoti di Ligresti vengono così venduti agli enti pubblici e lui comincia la sua risalità. Siamo in piena Tangentopoli. Ma perché Cuccia decide di salvare Ligresti? Se l'avesse lasciato fallire, nessuno sa dove sarebbe finita la Sai e con lei il pacchetto di Euralux citato sopra, che aveva in mano azioni fondamentali di Generali.

Ma negli anni di Tangentopoli anche Ligresti finisce a San Vittore, accusato di corruzione e soprattutto considerato dal pool di Mani Pulite uomo di punta del sistema che muoveva gli affari. La Corte di Cassazione confermerà le condanne, ma Ligresti non vedrà più il carcere, condannato solo ai servizi sociali. E però, chi ha condanne definitive non può più guidare compagnie di assicurazioni. Poco male: passa tutto alla figlia Jonella, che diventa presidente della Sai, vicepresidente di Premafin e unica donna a sedere nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca.

Qualche tempo dopo: Ligresti torna sulla cresta dell'onda: la Fiat vuole comprare Montedison, ma Mediobanca vuole impedire che con questa operazione gli Agnelli mettessero le mani su Fondiaria, compagnia d’assicurazioni fiorentina controllata da Montedison. Vincenzo Maranghi, successore di Cuccia, chiede a Ligresti di intervenire: la Sai compra il 6,7 per cento di Fondiaria e s’impegna a rilevare un ulteriore 22,2 per cento. La Consob si oppone, Ligresti e Mediobanca trovano il modo di aggirare il tutto e insomma nel maggio 2002 si arriva alla fusione da cui nasce Fondiaria-Sai.

L'epoca Mediobanca però inizia il tramonto, non un problema per Ligresti che trova in Cesare Geronzi un nuovo sodale, che gli permette anche di entrare finalmente nel "salotto buono" per definizione: il patto di sindacato di Rcs. A Milano ormai Ligresti è di nuovo sulla cresta dell'onda. E così, gli anni passano e Ligresti resta: il suo nome torna nella costruzione della metro M4; negli affari d'oro per Garibaldi-Porta Nuova e ovviamente nell'Expo 2015. Che per Ligresti, come spiegava nel 2010, significa "fare i grattacieli", fare i tunnel e costruire nuovi quartieri nelle aree limitrofe. Quali? Quelle in fondo a Ripamonti, parco Sud, aree di sua proprietà. E così, gli affari continuano, fino a oggi. Quando Salvatore Ligresti viene arrestato per falso in bilancio e manipolazione di mercato.

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