Graffiti: una storia, le teorie sul conformismo di Renè Girard e la Pizzeria Calafuria

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Renè Girard, ultraottuagenario antropologo francese, non se lo fila quasi nessuno principalmente perchè è un pò cattolico, ma sul conformismo degli esseri umani ha scritto cose molto interessanti, soprattutto nel non facilmente reperibile Menzogna Romantica e Verità Romanzesca. Alla pizzeria Calafuria tutti invece saremo passati, o più o meno tutti. E i graffiti? Ok: alla fine non sono proprio tutti uguali...

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Partiamo dalla figura che vedete nelle foto della gallery: ha una storia che ci racconta parecchio di come le spinte che centrifugano le menti adolescenti portino a mosse quantomeno goffe, impacciate, in un certo senso, commoventi. E se pensi che "compassione", ci arriva da cum+patior, ovvero soffrire insieme, bè ci siamo quasi. In fondo siamo tutti stati il bambino grasso, o quello preso per il culo: come si faceva a uscirne, visto che in qualche modo ne siamo usciti? Leggete qui sotto la storia del graffito in fianco alla nota pizzeria

Sul muro ha disegnato una faccia disperata, occhi smorti, bocca con gli angoli in giù. Doveva essere la rappresentazione della tristezza più cupa. E lei doveva vederlo, quel volto desolato: il suo. Una sorta di autoritratto, per farle capire quanto stesse soffrendo. La mamma se n'era resa conto, che il figlio aveva il cuore a pezzi. E alla fine ha accettato. «Meglio che ci sia anche io»

Sintesi: un ragazzo va a dipingere un muro di notte con la madre appresso e viene sgamato dai vigili. Viene pizzicato vicino alla pizzeria dove quando entri vieni travolto dall'iconografia di Osho, la nottambula Calafuria di viale Marche. Il proprietario non se l'è neanche presa, si legge nel prosieguo dell'articolo del Corriere. Però a me viene da pensare ad altro, ovvero a quanto ci sia di disperante nel fare una cosa del genere con tua madre che ti accompagna, proprio quando sei nella fascia di età in cui i genitori preferiresti diventassero invisibili. Quindi cosa è stato a portare il ragazzo di cui non sapremo mai il nome ad agitare le bombolette e spruzzare colore nitro sul muro della Calafuria? Conformismo. Una roba che Renè Girard, l'antropologo un pò cattolico e che non si fila nessuno di cui dicevo all'inizio del post, ha studiato a fondo:

«Il desiderio secondo l’Altro è sempre il desiderio di essere un altro. C'è un solo desiderio metafisico ma i desideri particolari che concretizzano questo desiderio primordiale variano all’infinito» È proprio ciò che fa don Chisciotte con Amadigi di Gaula: per diventare un cavaliere perfetto, basta imitare gli atti di un cavaliere perfetto. Ed è anche il comportamento che assumono i bambini nel processo di crescita e socializzazione, come nella proprietà del linguaggio. Imitando gli adulti, genitori o insegnanti, con una precisione terribile, fanno come i grandi, meglio, diventano grandi. Nei casi citati, non c'è reale contrapposizione tra le azioni e le intenzioni del soggetto e del modello; René Girard parlerà allora di mediazione esterna (desiderare di essere qualcun altro, nel processo di identificazione, senza innescare meccanismi rivalità, anche perché il modello è distante o astratto). Don Chisciotte può bene imitare puntualmente ciò che pensa essere il comportamento del proprio eroe, ma ciò che separa l’uno dall'altro resta invariato nonostante gli exploits del cavaliere

Quindi il nostro ha tentato di imitare Eron, Bros o chiunque altro - i primi due Amadigi del writing che mi vengono in mente - i quali a loro volta ne imitavano altri di Amadigi, che magari facevano i treni a NY vent'anni prima. Dettagli, perchè quello che resta è il ragazzo Don Chisciotte, che si fa fermare dai vigili mentre fa un graffito accompagnato dalla madre, una storia che alla fine ti fa solo pensare a quanto puoi essere pirla e commovente se hai quindici anni.

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