La rivolta di via Padova: vista da chi ci ha vissuto

Quello che è successo sabato sera in Via Padova, agli occhi di chi nel quartiere ci è nato e cresciuto non rappresenta certo una novità, tutt'altro, perché è da decenni che questa zona paga sulla propria pelle il disinteresse generale delle istituzioni che ignorano costantemente i fattori di problematicità che impregnano il quartiere, primo tra tutti l'emarginazione quasi totale dalla vita cittadina.

Oggi il sentimento comune, purtroppo diffuso anche tra gli abitanti italiani del quartiere, è che il pericolo, il degrado e la violenza che caratterizzano la Via siano le incontrastabili conseguenze del flusso migratorio che ha portato in questa zona, più o meno da una quindicina di anni a questa parte, migranti da ogni parte del mondo, dal Sud America al Maghreb, dall'India alla Cina, fino all'Est europeo.

Ma quello che sta prendendo piede tra gli abitanti, oltre ad essere pericoloso è fondamentalmente un sentimento immotivato, perché il degrado e la violenza non sono certo sbarcate in Via Padova insieme ai migranti. Infatti, come forse molti si sono ormai dimenticati, già 20 anni fa Via Padova era teatro di violenza e degrado, un degrado forse ancor più acuto di oggi e che era dovuto quasi totalmente alla presenza radicata sul territorio della malavita italiana...

Io personalmente, che in Via Padova sono nato e cresciuto, ho un ricordo nitidissimo di una serie di mattinate sparse a caso tra la seconda metà degli anni 80 e i primi anni 90 in cui, sulla strada della scuola, il Trotter, incontravo spesso auto bruciate e ribaltate, segnali visibili di un degrado profondo. Come ho il ricordo nitido del 1999, quando, tra gennaio e luglio, in nemmeno un chilometro quadrato vennero uccisi un tabaccaio e un gioielliere e si iniziavano a vedere i militari in strada.

La violenza non è dunque un fenomeno nuovo per questo quartiere, il fenomeno nuovo è piuttosto un altro ed è un fenomeno positivo che purtroppo viene ignorato e messo da parte ogni volta che capita qualche incidente: sto parlando dell'integrazione tra comunità culturali eterogenee tra loro, un'integrazione che a Milano difficilmente esiste e di cui Via Padova è paradossalmente, seppur il lavoro da fare sia ancora molto lungo, il miglior esempio.

Il problema che affligge Via Padova, come un po' tutta la città di Milano non è la densità demografica dei nuovi arrivati, ma la costante indifferenza che li circonda, un'indifferenza che parte dalle istituzioni politiche della città che fanno ben poco per riqualificare i quartieri periferici e che ha ormai individuato come soluzione tampone a tutti problemi il pattugliamento delle strade ad opera di militari e carabinieri. E uno Stato che sceglie di presentare ai suoi nuovi cittadini un volto militare, quello dei ragazzini in divisa con i mitra a tracolla, è uno Stato che ha dei problemi.

L'unica speranza per questo quartiere e per l'intera città è un cambio di mentalità di quella parte dei suoi cittadini che ha il diritto di voto e che ha l'obbligo morale di considerare il problema nella sua complessità, senza abboccare alle promesse e alle illusioni di soluzioni facili ed estemporanee, come il rafforzamento del pattugliamento militare, soluzioni che acuiscono le tensioni piuttosto che scioglierle.

Concludendo vorrei citare le parole più intelligenti che si sono sentite in questi giorni sulla questione, molto lontane da quelle provocatorie e irresponsabili di Salvini che invocava rastrellamenti e divieti per gli stranieri di acquistare case:

"questa è una parte integrante di Milano e non puo' essere in nessun caso messa in quarantena e lasciata ai politicanti che utilizzano questo caso isolato per portare acqua al loro mulino. Lavoriamo insieme per rendere via Padova un esempio di integrazione e modello di pacifica convivenza"

Sono parole di Mahmoud Asfa, Imam del centro culturale islamico di via Padova.

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