Antonio Boggia, chi è il mostro di via Bagnera

Pluriomicida nel vicolo del centro città nella metà dell'Ottocento: la storia di Antonio Boggia, il mostro di via Bagnera.

Via Bagnera è ancora al suo posto, uno strettissimo budello di quelli che caratterizzano il centro di Milano. Oggi non ci passano le macchine, così come allora non riuscivano a passarci le carrozze. Buio, poco frequentato, con una caratteristica forma a L che permette di nascondersi facilmente agli occhi dei passanti. È lì che nella metà del 1800 Antonio Boggia ha colpito più e più volte, per un totale di quattro vittime accertate. Ed è per quello che è noto coeme il mostro di via Bagnera, uno dei più efferati serial killer della storia milanese, una sorta di Jack lo Squartatore meneghino.

I primi omicidi erano stati portati a termine senza che nessuno se ne accorgesse, ma è a partire dalla scomparsa della signora Ester Maria Perrocchio che i sospetti iniziarono fin dall'inizio a concentrarsi su di lui. Leggiamo su Storia di Milano:

Il 26 febbraio 1860 Giovanni Maurier, coniugato con prole, abitante nel sobborgo facente parte della parrocchia di San Cristoforo al naviglio, di professione pittore decoratore presso la Richard ceramiche si presentò negli uffici del Tribunale civile e criminale provinciale di Milano per denunciare la scomparsa della madre Ester Maria Perrocchio, vedova, ultrasettantenne, abitante al secondo piano di un caseggiato, totalmente di sua proprietà, sito in via Santa Marta al n. 10 (2824 della numerazione teresiana). Dai custodi del caseggiato, i coniugi Trasselli, aveva finalmente appreso che la donna era partita qualche settimana prima, lasciando detto che si sarebbe recata sul lago di Como. (...) Tuttavia, poiché anche la seconda visita si era rivelata un ulteriore buco nell’acqua, il figlio della Perrocchio aveva iniziato a pressare con precise e insistenti domande i Trasselli. Questi, o non sapevano, o fingevano di non sapere, in ogni caso non lo avevano aiutato di certo a venire a capo della faccenda. Risultava solo che la donna era sparita da troppo tempo e senza lasciare traccia di sè.

Era tutto quello che si sapeva della donna, che da tempo aveva abituato al figlio a determinate stranezze e col quale, comunque, non correva buon sangue. C'era solo un altro uomo a cui poteva rivolgersi: il nuovo uomo di fiducia di Ester, il capomastro Antonio Boggia, che dopo aver svolto alcuni lavoretti ed essere entrato in confidenza con la donna aveva ricevuto il mandato di amministrare lo stabile, e subito aveva preso ad aumentare gli affitti, a fare lavori di ogni sorta e a far sparire i gatti che abitavano nel cortile.

Giovanni Maurier rintraccia l'uomo, che però gli mostra i documenti che provano il suo diritto di gestire lo stabile e anche alcune lettere che la donna gli aveva spedito dal lago di Como. Qualche tempo dopo, per tenere buono Maurier, Boggia fa sapere al figlio che la madre ha deciso di lasciare "in comodato all’unico figlio l’appartamento del secondo piano, quello da lei abitato, visto che, per il futuro, avrebbe risieduto definitivamente sul lago di Como. Il Boggia lo aveva di conseguenza invitato a seguirlo presso il notaio rogante l’atto, sia per acconsentire al comodato, sia per ricevere il canone annuo d’affitto anticipato che il conduttore avrebbe versato".

Alla conclusione dell'atto, però, il notaio Cattaneo fa sapere al Maurier come avesse già conosciuto la madre, che si era recata col Boggia per ottenere la procura. La donna però era parsa in stato confusionale, il notaio li aveva quindi cacciati entrambi pensando a una circonvenzione di incapace. Aveva anche fatto aprire un'indagine, che si era però interrotta una volta scoperto che la donna si era trasferita a Como, fuori dalla giurisdizione milanese.

Maurier racconta questi fatti alla procura e il giudice Crivielli decide di iniziare un'istruttoria. Si scoprono così alcuni cenni biografici della sua vita, raccolti da Wikipedia:

Nato nel 1799 a Urio, paese sul lago di Como non lontano dal confine con la Svizzera, nel 1824, all'età di venticinque anni ebbe i primi problemi con la giustizia in seguito ad una denuncia per truffa e a numerose cambiali non onorate. Fuggì nel Regno di Sardegna, dove subì un ulteriore processo a causa di una rissa e di un tentato omicidio. Incarcerato, approfittò di una rivolta per fuggire e tornare nuovamente nel Lombardo Veneto. Si trasferì a Milano facendosi assumere, grazie alle sue conoscenze della lingua tedesca, a Palazzo Cusani, sede del comando militare austriaco, in veste di fochista e trovando un'abitazione in via Gesù. Nel 1831 si sposò e andò a vivere con la consorte in via Nerino 2, nello stabile di proprietà di Ester Maria Perrocchio.

Soprattutto, però, in archivio viene trovata una vecchia denuncia per tentato omicidio, risalente al 3 aprile 1851. Il Boggia aveva portato, raggirandolo, un uomo in via Bagnera facendolo entrare nel suo magazzino, colta l'occasione, l'aveva poi colpito alla testa, ma senza ucciderlo. Ridestatosi, l'uomo era riuscito a scappare e ad andare dalla polizia. Il Boggia, che si era finto pazzo, era stato ricoverato in manicomio e sottoposto ad alcune cure, in seguito alle quali venne rilasciato.

Ma Boggia non era pazzo, anzi. Aveva un lucidissimo senso di rivalsa economica, un odio cieco nei confronti delle persone più abbienti che lo portava a uccidere per appropriarsi dei loro averi. In seguito alle indagini, i sospetti dei custodi dello stabile si accendono e viene fuori che, pochi giorni dopo la partenza della signora Ester, avevano visto il Boggia scendere le scale con una grossa gerla sulle spalle. Il sospetto è subito che in quella gerla si trovasse il cadavere, che venne infatti ritrovato nel sottoscala, abilmente murato.

La procura con cui amministrava lo stabile era falsa, le lettere della donna erano false, la donna con cui si era recato dal notaio per far ufficializzare la sua procura ad amministrare lo stabile non era Ester, ma una sua amica che si era tradita facendo insospettire il notaio. La cosa era stata poi riparata recandosi da un secondo notaio, a Como, insieme a una cugina che si era finta Ester. Ma quello che venne fuori fu soprattutto che il Boggia aveva compiuto numerosi altri omicidi. In quello stesso vicolo.

Tra le carte custodite in uno scrittoio, saltarono fuori altri due mandati rilasciati al Boggia: il primo da un certo Serafino Ribbone, l'altro dal ferramenta Meazza. Inoltre, mettendo insieme vecchie denunce e tenendo in debito conto le dichiarazioni spontanee di alcuni testimoni, si appurò che un commerciante, scomparso ormai da qualche anno, negli ultimi giorni era stato visto confabulare col Boggia di certi affari. Quest'ultimo, naturalmente, negava tutto, lamentandosi delle ingiustizie che era costretto a subire, diceva, per vendetta del notaio Cattaneo, che gli serbava rancore dalla volta in cui si era rifiutato di predisporre la procura della Perrocchio.

Il giudice ordinò che lo stretto Bagnera e il magazzino di Boggia venissero messi sottosopra alla ricerca dei cadaveri, che effettivamente saltarono fuori. Raggirando e truffando numerose persone, il killer era entrato in possesso di piccole fortune che questi custodivano o si era fatto assegnare, sempre tramite raggiri seguiti omicidi, le piccole imprese che gestivano. Antonio Boggia, in seguito a processo, fu condannato a morte per omicidio a scopo di rapina di A. S. Ribbone, avvenuto nell'aprile 1849; omicidio a scopo di rapina di G. Marchesotti, avvenuto il 15 gennaio 1850; omicidio a scopo di rapina di P. Meazza, avvenuto nell'aprile del 1850; tentato omicidio di G. Comi, avvenuto il 2 aprile 1851; omicidio a scopo di rapina di E. M. Perrocchio, avvenuto l'11 maggio 1859.

Nei libri che raccontano della sua storia, si scopre anche qualche dettaglio della sua vita:

Boggia dichiarò di essere stato spinto a compiere gli omicidi da voci che aveva sentito nella sua testa. Ma non era stato il semplice destino, o una personalità segnata da traumi, a trasformare Antonio Boggia in uno spietato assassino. Non furono violenze sessuali o di altro tipo subite da piccolo a portarlo sulla cattiva strada, bensì un forte desiderio di rivalsa economica nei confronti delle persone aggredite. Il futuro serial killer fin da ragazzo aveva una passione speciale per assassinare le lucertole e osservare come la vita si spegnesse in loro. Di questa sua singolare attitudine raccontò lo stesso Boggia agli inquirenti durante il processo quando dichiarò di avere invitato volontariamente la povera Ester Maria Perrocchio a seguirlo per poterla poi derubare: «Successe che alla mattina discorremmo della guerra. Contrastavamo fra noi: vincevano i tedeschi, i francesi o i piemontesi? Eravamo presso il piccolo uscio che mette nel solaio, ch'ella teneva per suo uso. C'era una scure e una sega. Lì mi saltò un estro: d'un tratto presi la scure e la vibrai con tutta la forza sulla testa della Perrocchio». Boggia, dopo un attimo di confusione, aveva ripulito il sangue, trascinato il cadavere nella stanza. E si era addormentato.

Per saperne di più:

- Giovanni Luzzi, Il giallo della stretta Bagnera, Modern Publishing House , col. Pagine disparse, 2010
- Fabrizio Carcano, Mala tempora, Mursia Editore, 2014, ISBN 978-88-42553-58-8
- Alberto Paleari, Antonio Boggia: il serial killer dell'Italia unita, Edizioni e/o, col. Dal Mondo
-Alberto Paleari, L'estro del male, Edizioni e/o, col. Dal Mondo
- Maurizio Cucchi, L'indifferenza dell'assassino, Edizioni Guanda, 2012

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