La protesta dei taxisti contro Uber, chi ha ragione?

Da una parte una corporazione, dall'altra una compagnia dai tratti non troppo chiari.

Nuova protesta dei tassisti milanesi contro Uber, il servizio di auto a noleggio che mette in collegamento il driver direttamente con l'utente attraverso una app e che i tassisti vedono come loro nemico pubblico numero uno (ché contro il carsharing non possono nulla). Oggi manifestazione spontanea, senza sigle sindacali, in partenza da Linate e fino ad arrivare al palazzo della Regione. Tutto civile, non fosse che nella notte è comparso uno striscione davanti alla casa della manager di Uber, Benedetta Arese Lucini, che così recitava: "Benedetta Arese Lucini pu****a, riceve in Corso *******. Per Maran (assessore alla mobilità di Milano, ndr) è gratis".

Un esempio di buon gusto tassinaro che segue la scia delle numerosissime minacce e intimidazioni che la manager ha dovuto subire. Peraltro senza colpa, visto che se davvero bisogna fermare Uber allora è il Comune a doverlo fare, al limite lo Stato, non certo la stessa Uber. Ma perché i tassisti, invece di reagire con le minacce e il luddismo, non provano semplicemente a migliorare il loro servizio? In attesa che arrivi una risposta, proviamo un po' a rispolverare le ragioni dietro la guerra tra Uber e i taxi.

Le ragioni dei tassisti si possono riassumere così: sarebbe una concorrenza sleale, dal momento che Uber è accusato di fornire un servizio uguale a quello dei taxi ma senza avere le opportune licenze; ragion per cui anche varie amministrazioni comunali in cui il servizio è presente (Stati Uniti ed Europa) stanno cercando di fermarlo o di regolarizzarlo. Uno dei punti principali del contenzioso riguarda il fatto che le vetture non partono dalle rimesse ma dalle strada, in questo modo - sostengono i tassisti - andando contro la legge 21/92 che distingue i taxi dai noleggiatori. Inoltre, i driver non devono superare i controlli richiesti ai tassisti, ma solo venire assunti dalla società, che effettua controlli per conto suo e certo non ha nessun vantaggio ad assumere scriteriati. Senza contare che il solito meccanismo di feedback permette di sapere senza troppe difficoltà quanto è stato apprezzato o meno il driver che stiamo chiamando.

Dalla parte di Uber ci sono però svariate altre ragioni: il fatto che il driver per legge sia costretto ad aspettare la chiamata in autorimessa è chiaramente causato da una norma corporativista, che mira a boicottare chiunque non faccia parte della categoria taxisti. Per chiarire ulteriormente la questione, si possono usare anche le parole di un ex tassista passato a Uber: "Siamo regolati da una norma fatta quando non c'erano i telefoni cellulari, non c'era internet, non c'erano gli smartphone. Voglio dire, le cose cambiano no?". Le dichiarazioni di alcuni politici, invece, lasciano un po' perplessi: "Le regole sono vecchie, dobbiamo anticiparle invece che trovarci a combattere battaglie che perdiamo", aveva detto Alan Rizzi di Forza Italia qualche tempo fa. Quest'ultima dichiarazione, in particolare, fa rabbrividire: sembra che si debbano aggiornare le regole ogni qualvolta una nuova tecnologia sorge, in modo da poterla stoppare per tempo. Se poi questa nuova tecnologia è in grado di offrire una valida alternativa al consumatore, poco importa.

Che Uber e UberPop debbano rispettare le leggi è ovviamente sacrosanto; che invece si ceda alle pressioni dei tassisti, come nel caso di Uberpop, senza nemmeno chiedere loro qualcosa in cambio lascia un po' perplessi. D'accordo, quella di Uber sarà anche concorrenza sleale (gli autisti circolano per la città invece di attendere le chiamate in autorimessa come dovrebbero fare le auto a noleggio con conducente), ma anche gli utenti dei taxi potrebbero avere qualcosa da ridire sul servizio e soprattutto sui costi dei taxi. Per non parlare dei tanti tentativi di liberalizzare in parte la categoria che si sono scontrati contro le proteste, anche violente, dei tassisti, costringendo sempre il politico di turno a fare dietrofront.

uber taxi milano

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