Il declino della Milano finanziaria spiegato da Salvatore Bragantini

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Provincialismo: questa per me è una delle parole chiave della Milano degli ultimi quindici-vent'anni, una città che si è in parte ritirata, raggomitolata su se stessa, dopo un'epoca in cui al contrario era aperta, pronta a recepire stimoli dall'esterno, pronta ad accoglierli. Mica gratis: perché ci si arricchiva tutti, in ogni senso possibile.

A proposito di questo, leggo stamattina su Arcipelago Milano un pezzo interessante di Salvatore Bragantini - economista, firma del Corriere - in cui si traccia un quadro piuttosto impietoso della Milano finanziaria, vi consiglio di leggerlo

Che ruolo gioca Milano nella finanza italiana ed europea? L’Italia regredisce, come legna che lenta si consuma al fuoco; e Milano, che ne fu capitale morale, con lei. È troppo faticoso continuare a essere il ponte che tiene il Paese legato all’Europa, più comodo restare capoluogo economico di un Paese che arretra. Sempre primi in classifica sì, ma giocando nelle serie inferiori

Primi fra gli ultimi, ultimi fra i primi: se non sbaglio avevamo scritto anche noi qualcosa di simile, ma a proposito di tutt'altro, tempo fa...

Bragantini affronta un tema che potrebbe sembrare lontano dalla vita di tutti i giorni - gli assetti delle banche del nord e della finanza milanese - ma è in realtà molto più concreto di quanto pensiate, affiancandolo a una certa chiusura all'esterno tipica di questi anni:

La città guarda assai meno di prima al mondo (...) Milano ospitò un tempo due delle tre banche di interesse nazionale (Bin): la Comit, e il Credito Italiano, che aveva a Genova solo la sede legale. Oggi la prima banca è sparita dentro Intesa San Paolo (ISP), mentre la seconda si è trasformata in Unicredit (UC), divenuta grande banca europea grazie alle fusioni prima con una serie di Casse di Risparmio del Nord, poi con la tedesca HVB e infine con Capitalia, la terza ex-Bin (sorella minore, malvista dalle due milanesi per i suoi legami politici col mondo romano).

Milano ospita ancora Mediobanca, che dopo la morte di Cuccia è alla ricerca di un’identità, ma rischia di soccombere- con l’arrivo a Trieste del power broker Geronzi- al dominio delle Generali, dove pure essa avrebbe una quota di sostanziale controllo. Qui c’era una volta anche una serie di banche (dalla Cariplo in giù), ora inghiottite altrove. È rimasta solo una banca milanese di qualche peso, la Popolare di Milano, un ircocervo ove imperano i sindacati, ma il presidente lo ha nominato Bossi; ipse dixit. È Ponzellini, prodiano con Prodi, leghista con la Lega, in futuro si vedrà. (Uno che critica Napolitano perché era da Obama il giorno dell’assemblea di Confindustria; far questo, per lui, è come dire alla moglie che non ceni con lei la sera del suo compleanno perché vai dall’amante!).


Molto vero: la Lega Nord da tempo mira alle banche, al potere finanziario oltre a quello politico, essendoci in Italia una commistione inestricabile tra i due. Si leggeva qualcosa a riguardo tempo fa - era l'aprile scorso - su Terra

Quello che non poté Tremonti, con il suo tentativo di riforma delle Fondazioni, bocciato dalla Consulta nel 2003, potrà l’importante affermazione elettorale della Lega. è stato Bossi stesso a cancellare i dubbi residui: «è chiaro che le banche più grosse del Nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice “prendete le banche” e noi lo faremo». La Lega si rituffa speranzosa verso Wall street, quindi, nonostante la figuraccia della Credieuronord con i suoi imbarazzanti annessi fallimentari (incluso il ruolo del banchiere di Lodi Fiorani e dell’ex governatore di Bankitalia Fazio); ma si sa, scordammece o passate va bene, in Italia, dalle Alpi alla Sicilia.

Foto | Flickr

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