Al Tito Livio di Milano si studierà (anche) in inglese

La sperimentazione partirà tra due anni.

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Se c'è una cosa su cui l'Italia è indietro è sicuramente la conoscenza dell'inglese, soprattutto se si fa un (impietoso) confronto con quanto avviene nel nord Europa. Una scarsa conoscenza che ha ripercussioni negative soprattutto in ambito lavorativo, visto quanto limita le possibilità dei giovani che sono in cerca di un impiego in Italia e anche al di fuori.

Per queste ragioni è un'ottima notizia quella che arrivo dal Liceo classico statale Tito Livio di Milano, la centralissima scuola superiore, a due passi dalla Cattolica, che si è data l'obiettivo di offrire l'intero programma scolastico in lingua inglese nel giro di due anni. Si tratta della prima scuola pubblica a fare il grande passo: "Abbiamo capito che il futuro è quello e ci abbiamo scommesso sopra", conferma la preside Amanda Ferrario.

La strada, però, non è semplice, soprattutto bisogna trovare gli insegnanti che conoscano la lingua a sufficienza. Per questa ragione l'istituto si è dato due anni di tempo, quello reputato necessario a fare in modo che il corpo docente già presente nella scuola apprenda alla perfezione l'inglese grazie ai corsi intensivi di cui si occuperà lo storico istituto Shenker. Dei cinquanta insegnanti, circa trenta hanno deciso di aderire al programma, un ottimo segnale.

Per i primi due anni, grazie a una convenzione, il liceo potrà usufruire di insegnanti madre lingua, in modo da mettere in moto gli ingranaggi. I primi a usufruire di una sperimentazione saranno gli studenti che quest'anno cominceranno la prima, con l'obiettivo di portarli a sostenere l'esame di stato in lingua inglese. Niente paura per chi non volesse affrontare un programma così ambizioso: la scelta è assolutamente volontaria e la possibilità di seguire i corsi in italiano è garantito.

Ultimo obiettivo è quello di ottenere che il diploma conseguito in Italia valga anche in Inghilterra, step decisivo per poter essere una scuola bilingue a tutti gli effetti. Ma per arrivare fino a qui, bisogna firmare un accordo bilaterale tra i due paesi, un iter abbastanza lungo.

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